martedì 13 novembre 2018

Sorprendente, sotto tutti gli aspetti




L’Africa di Norman Rush è un mondo che non si capisce quanto debba essere “civilizzato” e quanto invece sia civilizzatore; e i due aggettivi sfuggono a qualunque interpretazione prestabilita. Tale poetica si respira in maniera massiccia in Accoppiamenti (capolavoro) ma già si palpa nella raccolta Bianchi, che narra di vari personaggi costretti a confrontarsi con una cultura diversa, un clima diverso e un mondo diverso che in qualche modo li trasforma, li rivela a loro stessi, li mette in pericolo e li estranea dal sentire codificato a cui erano abituati.


Non siamo nel nostro paese e non siamo responsabili per quello che accade. Sappiamo dare consigli alla gente e veniamo pagati per farlo. Ci godiamo le vacanze, mangiamo quanto c’è di meglio della catena alimentare, veniamo alloggiati gratis. Ma bada, noi non siamo responsabili se l’Africa va in malora, perché comunque abbiamo fatto del nostro meglio. Allo stesso tempo non siamo responsabili nemmeno di quel che accade in America, in realtà, perché, attenzione, al momento noi siamo molto lontani.

Tra un funzionario americano che si rivolge alla magia nera per tacitare i cani del ministro che vive accanto a lui, un dentista aggredito dalla sessualmente vorace e giovane cuoca, un mefistofelico obiettore di coscienza e un ragazzo che impara ad andare incontro al suo destino, i personaggi di Rush si manifestandosi nella loro piccolezza, imparano a essere benignamente indifferenti al mondo e sviluppano un cinismo leggiadro che è la loro (e non solo loro) chiave per la felicità, o un qualcosa che le somiglia.

Il fatto è che in questo fermento squisitamente irrilevante si sta da Dio: le convinzioni morali diventano relative e divertite, si viene a patti con la propria stupidità ed è impossibile prendersi sul serio. I rapporti diventano basici, le relazioni umane crude, il sistema sociale caotico, le strutture politiche debolissime; e quest’amoralità anarchica di fondo dà alla raccolta un’atmosfera adulta tutta particolare, che non ha solo a che fare con il sesso e con le problematiche che queste persone si trovano ad affrontare, ma che riguarda anche (e soprattutto) questioni come il chi si è, la rinuncia liberatoria agli ideali, il fallimento e l’incompletezza di qualsiasi sistema di civiltà.

Poiché a volte non avevo niente da fare, mi capitava di riflettere sui metodi del Signore. Quando mi sono rifiutato di essere un ladro, Dio mi ha sempre punito, mi dicevo. E quando ci sono andato vicino [...]mi sono sempre salvato. In questi segni scorgevo la mano di Dio, nelle mie continue disgrazie. Ho capito che dovevo farla finita. Forse, mi sono detto, se una buona volta tu Gli ubbidisci, Lui sarà contento e non ti chiederà più niente. Se Dio ti vede diventare un vero ladro, e poi ti vede precipitare nella disperazione, Lui riconoscerà il Suo errore. Dovrai essere come le madri addolorate, o come certe persone che ricevono un torto e non la smettono più di piangere.

Rush parla di uomini e donne che si ritrovano da soli di una solitudine nuda, strana e assoluta, non ricercata, non aborrita, un qualcosa che è prerogativa di chi si ritrova all’interno di una situazione vergine, dai parametri indefiniti e instabili, in cui non si possono delegare responsabilità a niente e nessuno: ogni questione deve essere risolta in prima persona, giocandosi talvolta il tutto e per tutto, perché non esistono mediatori, e gli scontri (culturali, personali, intimi) devono essere affrontati di petto.

E la cosa divertente è che è normale e giusto che sia così, perché la realtà è semplicemente quella che ci si trova davanti, con la quale si combatte giorno dopo giorno, in una dinamica che si giostra tra conflitto, conquista (o resa) e adattamento e che si ripete in ogni contesto; ed è questa visione delle cose, puntuta ma a suo modo gioiosa, che regala a Norman Rush una freschezza pulita e frizzante che contagia, solleva e rimane.

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