lunedì 1 ottobre 2018

Sto stringendo i denti ma la mascella mi s'è infiammata

 


L’astronauta perduto, romanzo d’esordio di Andrea Tagliaferri edito da Eretica edizioni, è la storia di un ragazzo senza nome che si barcamena nel nulla. Garzone nella bottega di generi alimentari dei genitori, inconcludente e poco convinto studente della facoltà di filosofia, legato a una ragazza da una relazione stanca e nel complesso molto superficiale, il nostro protagonista si muove in un contesto stranamente inquietante in forza della sua astrattezza, una casa che è un rifugio ma anche una bislacca prigione, le cui pareti sono composta dal suo continuo monologare.

Sono affezionato a questo nostro conservatorismo. La bottega è una polis, tutti parlano, si confrontano, in campagna elettorale cercano di persuadersi a vicenda, c’è uno scambio che in altri luoghi non è possibile. Trovo che la cosa sia positiva per tutti. Per tutta l’umanità, intendo.

Viene il dubbio (ancor più approfondito nel prefinale) che il remotissimo e lunare cotesto paesano in cui si muove il nostro eroe non sia altro che uno stato mentale, se non addirittura una terra toccata da una qualche sorta d’incantesimo, capace di trasformarla in quella superficie compatta e impenetrabile, un deserto dal vago sapore apocalittico, ultimo bastione di una vita fatta di piccole cose e distante da tutto, una vita che però è in qualche modo spenta, quasi priva di senso e di sbocchi, bloccata in un eterno presente dal vago sapore luciferino e perturbante.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le allucinazioni, sembra dirci Tagliaferri, siamo fenomeni che baluginano in contesti privi di poesia, di nostalgia, non siamo niente di speciale, immobili in un presente che si spande in larghezza ma che non indica una via verso un vero e proprio progresso, che sia mentale, emotivo, esistenziale, mistico o addirittura cosmico. Siamo sogni lucidi che si muovono solo parzialmente consapevoli del loro contesto, siamo creature nebulose e schiave della percezione, a loro modo lontane dal mondo, sconosciute anche a loro stesse, soprattutto a loro stesse, disorientate, che anche quando diventano altro (come nel prefinale del romanzo) rimangono comunque un qualcosa di incerto, di inconsistente, disegnato dai confini della nostra immaginazione e di vaghissime e imprecisate circostanze.

Il fatto è che l’altro, qualsiasi forma di Altro, viene al contempo incuneato e rimbalzato dal continuo e solipsistico monologo interiore del protagonista, un monologo che si costituisce manifesto di un Io che diventa, con l’avanzare della non-storia, sempre più simile a un buco nero, che attrae, assorbe e distrugge tutto ciò in cui incappa e che gli viene incontro; e la forza de L’astronauta perduto sta forse proprio in questo suo restituire un vuoto dalle sfumature annichilenti riempiendolo di situazioni che sono squarci subito ricuciti e che non portano da nessuna parte. Anche perché, forse, non c’è nessun luogo in cui vale la pena andare.

Vado in mansarda, nella mia stanza, dove c’è un odore di legno e mirra che mi appaga. La mirra me l’ha portata quella mistica di mia madre, pare faccia andare via gli spiriti cattivi. Mi fido. Dice che da un po’ di tempo mi vede strano, che non è semplice pronosticare qualcosa di buono. Pare che il male mi stia girando attorno.

La forza di Tagliaferri sta non solo nel conservare l’atmosfera di stranezza allargandola, stringendola, cambiandole connotati con grazia e quasi senza farsene accorgere, ma anche nel tenersi lontano dallo sterile virtuosismo dell’esercizio di stile, riuscendo a disegnare un mondo che si plasma e di disfa nella parole di chi lo descrive, e non semplicemente attraverso di esse.
E la speranza è che Andrea Tagliaferri, nella sua prossima opera, continui su questa strada personalissima, bizzarra e inquietante, magari spingendo ancora di più sull’acceleratore, e portando la sua esplorazione verso universi nuovi e luciferini.