lunedì 22 ottobre 2018

La follia degli intelligenti è sempre più perniciosa di quella degli idioti



Giuliano, scritto da Gore Vidal e pubblicato da Fazi, per me ha cominciato a funzionare da quando l’imperatore prende la parola e racconta la sua vita, che poi non è altro che un conto alla rovescia verso la morte. E la morte, il disfacimento, l’agonia, sono le linee guida che danno il ritmo e il tono alla vicenda. Perché la vita dell’Apostata è caratterizzata da minacce , complotti, da ogni sfumatura della precarietà.

Io avevo preparato una quantità di cose da dire a Costanzo, ma lui non mi aveva lasciato aprir bocca. Era strano, ma quasi tutti l'innervosivano. Non sapeva dire due parole in croce, se non parlava dall'alto del trono. Salvo sua moglie Eusebia e il gran ciambellano, non aveva confidenti. Era uno strano tipo. Ora che sono al suo posto lo capisco meglio, anche se continua a non piacermi. La sua diffidenza era aggravata dal fatto che era un po' meno intelligente delle persone con cui doveva trattare. Questo accresceva il suo disagio e lo rendeva inaccessibile sul piano umano. Da studente era stato bocciato in retorica per la sua scarsa prontezza. Più tardi, cominciò a scrivere poesie, mettendo tutti quanti in imbarazzo. Il suo unico esercizio «intellettuale» erano le dispute teologiche. Mi dicono che in queste cose fosse bravissimo, ma qualsiasi ciarlatano di paese può farsi un nome in un sinodo galileo.

Sembra quasi che l’interesse per la filosofia prima e il vigore militare poi siano caratteristiche che Giuliano sviluppa in modalità nevrotiche per imporsi sull’instabilità e sulla labilità che caratterizza ogni fase del suo percorso di vita, ricercando un’armonia, una spiegazione, un minimo di stabilità in un contesto conflittuale e sempre pericoloso.

Il fatto è che Giuliano costruisce la sua vita in funzione della sua morte, rivelandosi in tal modo estremamente simile a quei galilei (ovvero i primi cristiani) contro i quali si schiera, e lo fa cercando, attraverso auspici, maghi, riti e sacerdoti, un senso ultimo alla sua esistenza. Perché l’atto semplice del vivere, per l’imperatore, non è sufficiente, ma è subordinato nella ricerca di una direzione, di una missione, di un significato che trascenda il mero accadimento di fatti e dia coerenza agli avvenimenti.

Nonostante tutto quello che ha scritto in proposito, io non ho mai capito bene perché Giuliano si sia ribellato alla religione della sua famiglia. In fondo, il cristianesimo gli offriva quasi tutto quello che gli occorreva. Se voleva mangiare simbolicamente il corpo di un Dio, perché non restare con i cristiani, mangiare il loro pane e bere il loro vino, anziché tornare indietro, al pane e al vino di Mitra? Non è che nel cristianesimo mancasse qualcosa. I cristiani, molto abilmente, hanno indotto nei loro riti quasi tutti gli elementi popolari dei culti di Mitra, di Demetria e di Dioniso. Il cristianesimo moderno è un'enciclopedia della superstizione tradizionale.

Quello di Vidal sembra essere la storia di una castrazione del disperato desiderio di immortalità che in realtà si fonde con una pulsione di morte annichilente: di fatto, Giuliano si pensa come restauratore di tempi passati quando in realtà è un uomo incapace di sentire i tempi presenti, talmente concentrato nel percepire l’Eterno da porsi completamente al di fuori della storia. E coloro che lo circondano, invece, in questa storia vi sono immersi, e si rivelano sempre capaci di cavalcare le cose, giostrandosi con maggiore o minore abilità nelle circostanze che si trovano a vivere.

Viene il dubbio che Giuliano finisca per soccombere non tanto perché fuori dal suo tempo, quanto piuttosto per la sua immobilità, al suo profondo desiderio di un’eternità che però, a differenza dell’eternità cristiana, è calata in una dimensione vivente, e pertanto mutevole; Giuliano, con la sua sete devastante di assoluto (un assoluto filosofico, etico, militare, religioso), è al di fuori di ogni cosa; sembra che Giuliano muoia perché da sempre al di fuori della vita.

Ora, se questo Dio degli ebrei fosse veramente il Dio Unico, come sosteneva Paolo, perché avrebbe riservato una razza di nessun conto l'unzione, i profeti e la legge? Perché lasciare il resto dell'umanità per millenni nel buio, ad adorare falsi idoli? D'accordo, gli ebrei riconoscono che il loro è un "Dio geloso". Ma che cosa strana, la gelosia, per l'Assoluto! E poi, geloso di che? Ed era anche crudele, perché vendicava le colpe dei padri sui bambini innocenti. Non è più plausibile, il creatore descritto da Omero e da Platone? Un essere che comprende ogni vita - che è ogni vita - e da questa fonte essenziale emana gli dei, i demoni e gli uomini?

E allora, forse, quell’aura di morte che respiriamo per tutto il romanzo non è una morte definitiva, ma quel puro e semplice sentore di caducità e impermanenza che caratterizza il moto vitale, un movimento in cui niente si crea, niente si distrugge e tutto si trasforma, dove morte e vita sono tutt’uno, e dove è impossibile fare due volte il bagno nello stesso fiume, o ripristinare culti antichi o vivere in funzione di una vita futura accettata per puro atto di fede.

Nessun commento: