giovedì 25 ottobre 2018

Incipit fighi #4




Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l’inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango. Osservava con sguardo fisso l’allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Quando la gaia risata di una bella fanciulla attirava la sua attenzione, la gelava con uno sguardo, e incuteva paura in quegli animi in cui regnava la superficialità. Coloro che percepivano questa sensazione di timore non riuscivano a spiegarsi da cosa derivasse: alcuni la attribuivano ai suoi occhi color grigio opaco che, fissandosi su un volto, sembrava non riuscissero a penetrarlo e a raggiungere subito i più intimi meccanismi dell’anima, ma ricadevano sulla guancia simili a un raggio pesante come piombo, opprimendo la pelle senza poterla oltrepassare.

(Questo è l’incipit de Il vampiro di John Polidori. Per dirla con Dante, questo è un attacco capace di far tremar le vene e i polsi, tanto è perfetto: poche righe, ed eccoci immersi in un mondo, in una situazione, in un personaggio e nella percezione che altri hanno di questo. Andando avanti, è incredibile come i fatti e le percezioni degli stessi si rovescino l’una nell’altra, e si confondano, esattamente come fa il Male più assoluto e tenebroso, che prima si distingue, ma che fa presto ad attecchire nell’ordine delle cose)

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