sabato 6 ottobre 2018

Incipit fighi #2




… e quindi introduciamo
e
scopriamo
l’arduo nulla.

***

Queste pagine sono il mio pegno. Non sono colpevole delle mie azioni, che ammetto spontaneamente, ma dell’accessione, ammissione, confessione di averle eseguite non solo con ponderatezza e premeditazione ma con zelo e parossismo e intenzionalità, soprattutto intenzionalità, che rivendico senza scusanti po riserve, e perciò mi ritrovo ad essere solo un segno, un segno chiaro, e come ogni altro segno sono indifferente alla natura di ciò che designo o, in mancanza di una parola migliore, significo, mentre gratto via il sangue rappreso sotto le mie unghie, la mia voce rauca per il poco uso, perché poco importa quanto sia eloquente la mia confessione, bastano poche parola, la verità richiede sempre meno parole, e di solito parole più brevi, rispetto a bugie e mezze verità, che non vengono mai chiamate mezze bugie, e questo è istruttivo, così come sono istruttive un sacco di altre cose, e tutto si riduce a quell’indifferenza per la cosa designata, al modo in cui i nomi e i sostantivi fanno i cattivi e spanano il significato, al modo in cui la lingua resiste al giro di vite e allo schizzo dello schema e al modo in cui l’angolo di incidenza complementa l’angolo di rifrazione: tutto il casino della lingua quando agogna una metafora visiva che la colleghi a un mondo per cui prova solo indifferenza. La risposta giusta alla vostra domanda è più breve della bugia. Sei stato tu? Sì.

(Questo è l’incipit de La cura dell’acqua di Percival Everett, a mio parere uno dei suoi libri più belli, un'opera di un’intensità e di un’intelligenza deflagranti, ed è una delle riletture che mi sono ripromessa di fare durante l’anno. E niente, l’ho appena chiuso e mi manca già)

Nessun commento: