giovedì 18 ottobre 2018

Eravamo come calamitati dal futuro




Articolo 353 del codice di procedura penale: la legge non chiede conto ai giudici dei modi in cui sono arrivati alla loro convinzione, non prescrive loro le regole da cui devono far particolarmente dipendere la completezza e la sufficienza di una prova; essa prescrive loro di interrogarsi nel silenzio e nel raccoglimento e di cercare, nella sincerità della loro coscienza, quali impressioni abbiano fatto, sulla loro ragione, le prove addotte contro l’imputato, e i modi della difesa. La legge pone loro quest’unica domanda, che racchiude tutta la misura dei loro doveri: Avete un’intima convinzione?

Quindi, alla luce dell’articolo 353 del codice penale che dà il titolo all’ultimo romanzo di Tanguy Viel, edito da Neri Pozza, l’omicidio commesso da Martial Kermeur non solo non è un reato, ma neanche un crimine, perché Martial Kermeur, è stato provocato dagli eventi, dalla sua buona fede tradita, e poi è palese che l’indagato è una brava persona.

Perché Kermeur (vittima fin dal principio, fiacco di carattere, che si rivolge al giudice come se questi fosse il suo confessore) ha sì ucciso Lazenec, ma insomma, quest’ultimo aveva truffato un intero paese, e oltretutto, sempre per causa sua, di Lazenec, Erwan, figlio di Kermeur, si è beccato due anni di carcere per atti di vandalismo aggravato. Dai, alla fine Lazenec se l’è cercata, e poi la legge l’avrebbe favorito, e i compaesani sono gente semplice e orgogliosa, le brave persone di una volta, che credono alla parola d’onore e alle strette di mano e agli accordi stilati in amicizia dopo un po’ di frequentazione tra contraenti.
E Kermeur (che avrei condannato senza se e senza ma) si ostina a considerarsi innocente, a comportarsi come se lui non avesse commesso il fatto, come se l’omicidio di Lazenec non potesse quasi essere evitato, e assolutamente non è così.

Il fatto è che il tipo di brava persona incarnato da Kermeur mi dà i brividi: sempre in cerca di attenuanti, con una disquisizione di buon senso/qualunquismo sulla vita che gli aleggia sempre sulle labbra, quest’uomo usa la sua ignoranza come una difesa e la sua diffidenza nei confronti delle istituzioni come una scusante. E in tutto ciò il giudice non solo giustifica un assassino, ma addirittura nega il fatto, relegandolo ad incidente, avallando nella sostanza il terrificante sistema morale del protagonista, perché è tanto una brava persona.

Lei lo può chiamare omicidio volontario o chissà quale espressione che sappia dire le cose in una lingua normale, ma quello che ho fatto, signor giudice, non mi dà la sensazione di essere un assassino, quello che ho fatto: L’ho ostracizzato, capisce, ostracizzato, come una verruca che si brucia per rigenerare la pelle, se qui la pelle è la nostra città, allora c’è un momento in cui bisogna saper estirpare il male alla radice. L’ho fatto per il bene di tutti noi.

È sconcertante come la posizione conclusiva del giudice coincida con quella di Viel, trasformando una storia che potrebbe essere ambigua, inquietante ed eticamente intensa in una fiera del manicheismo, privando Lazenec di qualsiasi sfumatura, ritraendolo con pennellate talmente pacchiane e squallide che viene da chiedersi come abbia fatto questo piazzista sfigato a turlupinare un intero paese.
Ma forse ci riesce perché il suddetto paese è popolato esclusivamente da brave persone, che preferiscono ammazzarsi piuttosto che intentare una causa contro un truffatore.



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