sabato 27 ottobre 2018

Incipit fighi #5




Venerdì 16 luglio
ore 10.15

Il proiettile da 22 produsse un forellino nella tela. La detonazione non fu più impressionante di uno schiocco di frusta. Giù a valle un corvo protestò. Luce gorgogliò una risatina roca, abbastanza simile al verso del corvo.
Gros sorrise con sufficienza.
«Posso metterli dove voglio», disse. «Faccio un altro buco?»
Luce esaminò la tela.
l’aveva dipinta il giorno prima, in cinque o sei ore. Un tempo ci avrebbe messo molto di più. Mesi, probabilmente. Ma un tempo credeva che l’Arte esistesse, e credeva pure di avere talento.
Agitò con disinvoltura il suo Upmann del mattino.
«Fa’ a modo tuo. Tutto il caricatore. A modo tuo. Fa’ quello che senti. È la spontaneità che d° valore all’arte.»
«Che cosa?» chiese Gros.
«Spara, spara; non ti preoccupare delle cose che dico. Spara.»

(Di Che i cadaveri si abbronzino parlerò nel dettaglio più avanti, ma questo attacco, e soprattutto il modo in cui viene introdotto il personaggio della fantastica Luce, icona che meriterebbe altari a lei dedicati, sono roba che già mette le fregole addosso. Si respira fin da subito un’aria gioiosamente nichilista che, da parte mia, trovo assai ristoratrice. E, visto che ci sono, consiglio anche il bellissimo adattamento di Hélène Cattet e Bruno Forzani, nella speranza che esca nelle sale nostrane il prima possibile)

giovedì 25 ottobre 2018

Incipit fighi #4




Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l’inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango. Osservava con sguardo fisso l’allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Quando la gaia risata di una bella fanciulla attirava la sua attenzione, la gelava con uno sguardo, e incuteva paura in quegli animi in cui regnava la superficialità. Coloro che percepivano questa sensazione di timore non riuscivano a spiegarsi da cosa derivasse: alcuni la attribuivano ai suoi occhi color grigio opaco che, fissandosi su un volto, sembrava non riuscissero a penetrarlo e a raggiungere subito i più intimi meccanismi dell’anima, ma ricadevano sulla guancia simili a un raggio pesante come piombo, opprimendo la pelle senza poterla oltrepassare.

(Questo è l’incipit de Il vampiro di John Polidori. Per dirla con Dante, questo è un attacco capace di far tremar le vene e i polsi, tanto è perfetto: poche righe, ed eccoci immersi in un mondo, in una situazione, in un personaggio e nella percezione che altri hanno di questo. Andando avanti, è incredibile come i fatti e le percezioni degli stessi si rovescino l’una nell’altra, e si confondano, esattamente come fa il Male più assoluto e tenebroso, che prima si distingue, ma che fa presto ad attecchire nell’ordine delle cose)

lunedì 22 ottobre 2018

La follia degli intelligenti è sempre più perniciosa di quella degli idioti



Giuliano, scritto da Gore Vidal e pubblicato da Fazi, per me ha cominciato a funzionare da quando l’imperatore prende la parola e racconta la sua vita, che poi non è altro che un conto alla rovescia verso la morte. E la morte, il disfacimento, l’agonia, sono le linee guida che danno il ritmo e il tono alla vicenda. Perché la vita dell’Apostata è caratterizzata da minacce , complotti, da ogni sfumatura della precarietà.

Io avevo preparato una quantità di cose da dire a Costanzo, ma lui non mi aveva lasciato aprir bocca. Era strano, ma quasi tutti l'innervosivano. Non sapeva dire due parole in croce, se non parlava dall'alto del trono. Salvo sua moglie Eusebia e il gran ciambellano, non aveva confidenti. Era uno strano tipo. Ora che sono al suo posto lo capisco meglio, anche se continua a non piacermi. La sua diffidenza era aggravata dal fatto che era un po' meno intelligente delle persone con cui doveva trattare. Questo accresceva il suo disagio e lo rendeva inaccessibile sul piano umano. Da studente era stato bocciato in retorica per la sua scarsa prontezza. Più tardi, cominciò a scrivere poesie, mettendo tutti quanti in imbarazzo. Il suo unico esercizio «intellettuale» erano le dispute teologiche. Mi dicono che in queste cose fosse bravissimo, ma qualsiasi ciarlatano di paese può farsi un nome in un sinodo galileo.

Sembra quasi che l’interesse per la filosofia prima e il vigore militare poi siano caratteristiche che Giuliano sviluppa in modalità nevrotiche per imporsi sull’instabilità e sulla labilità che caratterizza ogni fase del suo percorso di vita, ricercando un’armonia, una spiegazione, un minimo di stabilità in un contesto conflittuale e sempre pericoloso.

Il fatto è che Giuliano costruisce la sua vita in funzione della sua morte, rivelandosi in tal modo estremamente simile a quei galilei (ovvero i primi cristiani) contro i quali si schiera, e lo fa cercando, attraverso auspici, maghi, riti e sacerdoti, un senso ultimo alla sua esistenza. Perché l’atto semplice del vivere, per l’imperatore, non è sufficiente, ma è subordinato nella ricerca di una direzione, di una missione, di un significato che trascenda il mero accadimento di fatti e dia coerenza agli avvenimenti.

Nonostante tutto quello che ha scritto in proposito, io non ho mai capito bene perché Giuliano si sia ribellato alla religione della sua famiglia. In fondo, il cristianesimo gli offriva quasi tutto quello che gli occorreva. Se voleva mangiare simbolicamente il corpo di un Dio, perché non restare con i cristiani, mangiare il loro pane e bere il loro vino, anziché tornare indietro, al pane e al vino di Mitra? Non è che nel cristianesimo mancasse qualcosa. I cristiani, molto abilmente, hanno indotto nei loro riti quasi tutti gli elementi popolari dei culti di Mitra, di Demetria e di Dioniso. Il cristianesimo moderno è un'enciclopedia della superstizione tradizionale.

Quello di Vidal sembra essere la storia di una castrazione del disperato desiderio di immortalità che in realtà si fonde con una pulsione di morte annichilente: di fatto, Giuliano si pensa come restauratore di tempi passati quando in realtà è un uomo incapace di sentire i tempi presenti, talmente concentrato nel percepire l’Eterno da porsi completamente al di fuori della storia. E coloro che lo circondano, invece, in questa storia vi sono immersi, e si rivelano sempre capaci di cavalcare le cose, giostrandosi con maggiore o minore abilità nelle circostanze che si trovano a vivere.

Viene il dubbio che Giuliano finisca per soccombere non tanto perché fuori dal suo tempo, quanto piuttosto per la sua immobilità, al suo profondo desiderio di un’eternità che però, a differenza dell’eternità cristiana, è calata in una dimensione vivente, e pertanto mutevole; Giuliano, con la sua sete devastante di assoluto (un assoluto filosofico, etico, militare, religioso), è al di fuori di ogni cosa; sembra che Giuliano muoia perché da sempre al di fuori della vita.

Ora, se questo Dio degli ebrei fosse veramente il Dio Unico, come sosteneva Paolo, perché avrebbe riservato una razza di nessun conto l'unzione, i profeti e la legge? Perché lasciare il resto dell'umanità per millenni nel buio, ad adorare falsi idoli? D'accordo, gli ebrei riconoscono che il loro è un "Dio geloso". Ma che cosa strana, la gelosia, per l'Assoluto! E poi, geloso di che? Ed era anche crudele, perché vendicava le colpe dei padri sui bambini innocenti. Non è più plausibile, il creatore descritto da Omero e da Platone? Un essere che comprende ogni vita - che è ogni vita - e da questa fonte essenziale emana gli dei, i demoni e gli uomini?

E allora, forse, quell’aura di morte che respiriamo per tutto il romanzo non è una morte definitiva, ma quel puro e semplice sentore di caducità e impermanenza che caratterizza il moto vitale, un movimento in cui niente si crea, niente si distrugge e tutto si trasforma, dove morte e vita sono tutt’uno, e dove è impossibile fare due volte il bagno nello stesso fiume, o ripristinare culti antichi o vivere in funzione di una vita futura accettata per puro atto di fede.

giovedì 18 ottobre 2018

Eravamo come calamitati dal futuro




Articolo 353 del codice di procedura penale: la legge non chiede conto ai giudici dei modi in cui sono arrivati alla loro convinzione, non prescrive loro le regole da cui devono far particolarmente dipendere la completezza e la sufficienza di una prova; essa prescrive loro di interrogarsi nel silenzio e nel raccoglimento e di cercare, nella sincerità della loro coscienza, quali impressioni abbiano fatto, sulla loro ragione, le prove addotte contro l’imputato, e i modi della difesa. La legge pone loro quest’unica domanda, che racchiude tutta la misura dei loro doveri: Avete un’intima convinzione?

Quindi, alla luce dell’articolo 353 del codice penale che dà il titolo all’ultimo romanzo di Tanguy Viel, edito da Neri Pozza, l’omicidio commesso da Martial Kermeur non solo non è un reato, ma neanche un crimine, perché Martial Kermeur, è stato provocato dagli eventi, dalla sua buona fede tradita, e poi è palese che l’indagato è una brava persona.

Perché Kermeur (vittima fin dal principio, fiacco di carattere, che si rivolge al giudice come se questi fosse il suo confessore) ha sì ucciso Lazenec, ma insomma, quest’ultimo aveva truffato un intero paese, e oltretutto, sempre per causa sua, di Lazenec, Erwan, figlio di Kermeur, si è beccato due anni di carcere per atti di vandalismo aggravato. Dai, alla fine Lazenec se l’è cercata, e poi la legge l’avrebbe favorito, e i compaesani sono gente semplice e orgogliosa, le brave persone di una volta, che credono alla parola d’onore e alle strette di mano e agli accordi stilati in amicizia dopo un po’ di frequentazione tra contraenti.
E Kermeur (che avrei condannato senza se e senza ma) si ostina a considerarsi innocente, a comportarsi come se lui non avesse commesso il fatto, come se l’omicidio di Lazenec non potesse quasi essere evitato, e assolutamente non è così.

Il fatto è che il tipo di brava persona incarnato da Kermeur mi dà i brividi: sempre in cerca di attenuanti, con una disquisizione di buon senso/qualunquismo sulla vita che gli aleggia sempre sulle labbra, quest’uomo usa la sua ignoranza come una difesa e la sua diffidenza nei confronti delle istituzioni come una scusante. E in tutto ciò il giudice non solo giustifica un assassino, ma addirittura nega il fatto, relegandolo ad incidente, avallando nella sostanza il terrificante sistema morale del protagonista, perché è tanto una brava persona.

Lei lo può chiamare omicidio volontario o chissà quale espressione che sappia dire le cose in una lingua normale, ma quello che ho fatto, signor giudice, non mi dà la sensazione di essere un assassino, quello che ho fatto: L’ho ostracizzato, capisce, ostracizzato, come una verruca che si brucia per rigenerare la pelle, se qui la pelle è la nostra città, allora c’è un momento in cui bisogna saper estirpare il male alla radice. L’ho fatto per il bene di tutti noi.

È sconcertante come la posizione conclusiva del giudice coincida con quella di Viel, trasformando una storia che potrebbe essere ambigua, inquietante ed eticamente intensa in una fiera del manicheismo, privando Lazenec di qualsiasi sfumatura, ritraendolo con pennellate talmente pacchiane e squallide che viene da chiedersi come abbia fatto questo piazzista sfigato a turlupinare un intero paese.
Ma forse ci riesce perché il suddetto paese è popolato esclusivamente da brave persone, che preferiscono ammazzarsi piuttosto che intentare una causa contro un truffatore.



martedì 16 ottobre 2018

Incipi fighi #3



Ascoltate.
I morti non smettono mai di parlare. Forse perché la morte non è affatto morte, è solo stare chiusi in castigo dopo la scuola. Sai da dove vieni ed è sempre lì che torni. Sai dove vai anche se pare che non ci arrivi mai e sei morto e basta. Morto. Suona definitivo, invece è una parola che avrebbe bisogno di una forma progressiva. Incontri uomini morti molto prima di te, che camminano continuamente pur non avendo una meta, e li ascolti ululare e sibilare perché siamo tutti spiriti o pensiamo di essere spiriti, ma siamo tutti morti e basta. Spiriti che scivolano dentro altri spiriti. A volte una donna scivola dentro un uomo e grida come al ricordo di quando faceva l’amore. Gemono e si lamentano forte, ma è come un fischio che entra dalla finestra o un bisbiglio sotto il letto, e i bambini pensano che sia un mostro. Ai morti piace stare sdraiati sotto i vivi per tre ragioni. (1) Stiamo sdraiati per la maggior parte del tempo. (2) Da sotto, il letto sembra il coperchio di una bara ma (3) sopra c’è del peso, del peso umano dentro cui puoi scivolare e renderlo più pesante, e ascolti il battito del cuore mentre lo guardi pompare e senti il sibilo delle narici quando i polmoni comprimono l’aria e gli invidi perfino il minimo respiro. Io non ho ricordo di bare.
Ma i morti non smettono mai di parlare e a volte i vivi li sentono.

(Questa meraviglia è l’incipit di Breve storia di sette omicidi, oceano di piacere partorito dalla testa e dall'anima di Marlon James. Quell' "ascoltate" all'inizio, che fa tanto tragedia elisabettiana, come l' "ora" del Riccardo Terzo, e basterebbe solo questo. Ma no, Marlon il Magnifico non ha paura di affrontare un racconto epico e va avanti, e ci racconta l'Erebo, e il suo rapporto con i vivi, e il racconto procede così, attraverso voci sanguigne e disincarnate, portatrici di immensità cavernose e spaventevoli. E l'anno prossimo esce il suo nuovo romanzo, e io non vedo l'ora)

sabato 6 ottobre 2018

Incipit fighi #2




… e quindi introduciamo
e
scopriamo
l’arduo nulla.

***

Queste pagine sono il mio pegno. Non sono colpevole delle mie azioni, che ammetto spontaneamente, ma dell’accessione, ammissione, confessione di averle eseguite non solo con ponderatezza e premeditazione ma con zelo e parossismo e intenzionalità, soprattutto intenzionalità, che rivendico senza scusanti po riserve, e perciò mi ritrovo ad essere solo un segno, un segno chiaro, e come ogni altro segno sono indifferente alla natura di ciò che designo o, in mancanza di una parola migliore, significo, mentre gratto via il sangue rappreso sotto le mie unghie, la mia voce rauca per il poco uso, perché poco importa quanto sia eloquente la mia confessione, bastano poche parola, la verità richiede sempre meno parole, e di solito parole più brevi, rispetto a bugie e mezze verità, che non vengono mai chiamate mezze bugie, e questo è istruttivo, così come sono istruttive un sacco di altre cose, e tutto si riduce a quell’indifferenza per la cosa designata, al modo in cui i nomi e i sostantivi fanno i cattivi e spanano il significato, al modo in cui la lingua resiste al giro di vite e allo schizzo dello schema e al modo in cui l’angolo di incidenza complementa l’angolo di rifrazione: tutto il casino della lingua quando agogna una metafora visiva che la colleghi a un mondo per cui prova solo indifferenza. La risposta giusta alla vostra domanda è più breve della bugia. Sei stato tu? Sì.

(Questo è l’incipit de La cura dell’acqua di Percival Everett, a mio parere uno dei suoi libri più belli, un'opera di un’intensità e di un’intelligenza deflagranti, ed è una delle riletture che mi sono ripromessa di fare durante l’anno. E niente, l’ho appena chiuso e mi manca già)

lunedì 1 ottobre 2018

Sto stringendo i denti ma la mascella mi s'è infiammata

 


L’astronauta perduto, romanzo d’esordio di Andrea Tagliaferri edito da Eretica edizioni, è la storia di un ragazzo senza nome che si barcamena nel nulla. Garzone nella bottega di generi alimentari dei genitori, inconcludente e poco convinto studente della facoltà di filosofia, legato a una ragazza da una relazione stanca e nel complesso molto superficiale, il nostro protagonista si muove in un contesto stranamente inquietante in forza della sua astrattezza, una casa che è un rifugio ma anche una bislacca prigione, le cui pareti sono composta dal suo continuo monologare.

Sono affezionato a questo nostro conservatorismo. La bottega è una polis, tutti parlano, si confrontano, in campagna elettorale cercano di persuadersi a vicenda, c’è uno scambio che in altri luoghi non è possibile. Trovo che la cosa sia positiva per tutti. Per tutta l’umanità, intendo.

Viene il dubbio (ancor più approfondito nel prefinale) che il remotissimo e lunare cotesto paesano in cui si muove il nostro eroe non sia altro che uno stato mentale, se non addirittura una terra toccata da una qualche sorta d’incantesimo, capace di trasformarla in quella superficie compatta e impenetrabile, un deserto dal vago sapore apocalittico, ultimo bastione di una vita fatta di piccole cose e distante da tutto, una vita che però è in qualche modo spenta, quasi priva di senso e di sbocchi, bloccata in un eterno presente dal vago sapore luciferino e perturbante.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le allucinazioni, sembra dirci Tagliaferri, siamo fenomeni che baluginano in contesti privi di poesia, di nostalgia, non siamo niente di speciale, immobili in un presente che si spande in larghezza ma che non indica una via verso un vero e proprio progresso, che sia mentale, emotivo, esistenziale, mistico o addirittura cosmico. Siamo sogni lucidi che si muovono solo parzialmente consapevoli del loro contesto, siamo creature nebulose e schiave della percezione, a loro modo lontane dal mondo, sconosciute anche a loro stesse, soprattutto a loro stesse, disorientate, che anche quando diventano altro (come nel prefinale del romanzo) rimangono comunque un qualcosa di incerto, di inconsistente, disegnato dai confini della nostra immaginazione e di vaghissime e imprecisate circostanze.

Il fatto è che l’altro, qualsiasi forma di Altro, viene al contempo incuneato e rimbalzato dal continuo e solipsistico monologo interiore del protagonista, un monologo che si costituisce manifesto di un Io che diventa, con l’avanzare della non-storia, sempre più simile a un buco nero, che attrae, assorbe e distrugge tutto ciò in cui incappa e che gli viene incontro; e la forza de L’astronauta perduto sta forse proprio in questo suo restituire un vuoto dalle sfumature annichilenti riempiendolo di situazioni che sono squarci subito ricuciti e che non portano da nessuna parte. Anche perché, forse, non c’è nessun luogo in cui vale la pena andare.

Vado in mansarda, nella mia stanza, dove c’è un odore di legno e mirra che mi appaga. La mirra me l’ha portata quella mistica di mia madre, pare faccia andare via gli spiriti cattivi. Mi fido. Dice che da un po’ di tempo mi vede strano, che non è semplice pronosticare qualcosa di buono. Pare che il male mi stia girando attorno.

La forza di Tagliaferri sta non solo nel conservare l’atmosfera di stranezza allargandola, stringendola, cambiandole connotati con grazia e quasi senza farsene accorgere, ma anche nel tenersi lontano dallo sterile virtuosismo dell’esercizio di stile, riuscendo a disegnare un mondo che si plasma e di disfa nella parole di chi lo descrive, e non semplicemente attraverso di esse.
E la speranza è che Andrea Tagliaferri, nella sua prossima opera, continui su questa strada personalissima, bizzarra e inquietante, magari spingendo ancora di più sull’acceleratore, e portando la sua esplorazione verso universi nuovi e luciferini.