lunedì 9 dicembre 2019

Je suis Louis-Henri de Pardaillan, marchese di Montespan



Il fatto è che poi, alla fine, l’adulterio, ovvero il fatto che Françoise, detta Athénaïs, avesse passato praticamente tutta la vita come favorita del re Sole, non è neanche così importante, perché quello che davvero spacca della figura del Marchese di Montespan, e che lo rende una di quelle icone da troppo tempo trascurate dalla storia/cultura/costume, è una straordinaria cognizione (anche per i nostri tempi) delle angherie del potere, del rispetto di sé e, non ultimo, del fatto che vivere in un mondo di servi non è facile se si è liberi e indipendenti dentro.


Il fatto è che Louis-Henri (il suddetto marchese, appellato più volte dall’autore stesso come il becco e il cornuto) ha una sensazione del tutto istintiva della sua posizione di marito tradito e sostanzialmente abbandonato e delle conseguenze non solo private, ma addirittura politiche che essa comporta; ma tale sensazione raggiunge la consapevolezza piena solo a sprazzi, e, come se non bastasse, tale sporadica presa di coscienza non solo è osteggiata da un mondo composto quasi totalmente da servi che subiscono i voleri/ i soprusi del loro sovrano quasi con gioia, ansiosi di avere il suo sguardo rivolto verso di loro, e la cui cosa attiva nella loro vita è rendere questo sguardo il più favorevole possibile.

Il fatto è che Louis-Henri è l’anima illuminista e rivoluzionaria che pianta il suo seme più di un secolo prima della Rivoluzione, e lo è nella maniera più onesta, coraggiosa, libera e radicale possibile. Lui rende il suo personale oltraggiosamente pubblico, ed è bellissimo leggere come questa sua viscerale e pulitissima presa di posizione si riflette anche verso chi questa posizione non la comprende ma che ha bisogno della sua compiacenza e della sua ipocrisia per mantenere il suo stato e i suoi privilegi. E allora ecco che il re più potente della storia più e più volte si piega a fare profferte al marchese, primo perché minacce e ritorsioni non fanno che affilare il senso di indipendenza della vittima e, davanti agli sguardi più pronti e predisposti, rafforzarne la statura etica, secondo perché il privato diventa per forza di cose oggetto di pubblica discussione (e anche di sporadica condanna) quando i capricci di un sovrano distruggono vite e famiglie.

Il fatto è che se la vita di Louis-Henri è segnata dalla sua decisione di non accettare che sua moglie sia la favorita del re, non è che la favorita Françoise-Athénaïs se la passi molto meglio: costantemente piegata alle voglie di un uomo volubile e sempre sull’orlo della noia, piegata a pratiche sessuali degradanti, additata come la puttana del re, cosa che lei prende dapprincipio con umorismo e poi sempre con maggiore dolore, soprattutto quando il sovrano volge gli occhi verso una mercanzia più giovane e consona alle sue voglie, passa di umiliazione in umiliazione, fino ad arrivare alla partecipazione a messe sataniche, alla preparazione di pozioni, all’esecuzione di riti simil voodoo per mantenere su di sé l’attrazione del re.

Il fatto è che Jean Teulé ha scritto un romanzo (e anche altri che ho letto e sui quali tornerò) di una freschezza etica inebriante (basti pensare al me-too, al drammatico caso Cucchi, a tutte quelle vicende che sembrano prevedere una giustizia diversa per chi ha mezzi e posizione e a chi questo stato di cose lo giustifica o lo vede naturale), che non può lasciare indifferenti, e che fa bene, e che conferma due cose che sappiamo già, anche se il mondo cerca quotidianamente di farcele dimenticare: la prima è che se  l’indipendenza ha un prezzo alto, la servitù è ancora più esosa, checché ne dicano cronache e narrazioni, troppo spesso servili e bugiarde; la seconda è che la letteratura quella vera, quella buona, ricerca sempre la verità e la complessità, e si nutre e nutre di esse, alla faccia di chi confonde invenzione romanzesca e menzogna.

sabato 7 dicembre 2019

70 anni di Tom Waits


E che vuoi fare, due giorni, due persone strafighe che desidero celebrare con tutta l’anima, e oggi tocca a Tom Waits, che credevo essere un attore e invece è una delle voci, uno dei corpi, una delle menti che più mi ha aiutato a sentirmi a mio agio con me stessa nei periodi dell’inadeguatezza dai venticinque anni in su (prima avevo i Radiohead, che assieme a kafka mi ha insegnato che essere infelici non vuol dire essere sbagliati). Come molti, io il Tom me lo sono sentito vicino e me lo sono sentito intimo, esattamente come è successo con quegli scrittori che mi hanno aiutato a costruire una visione del mondo e un’immagine ricca della vita e della morte.


Più che il Tom Waits dei raindogs quello che sento vicino è un artista indulgente ed eccentrico, che mi ha aiutato e mi aiuta a fregarmene di un sacco di cose, a liberarmi dai sensi di colpa e di tutti i modelli di vita derivanti dall’esterno, a ribadire la ricerca del proprio modo di essere e a prendermi la responsabilità della mia serenità, a cercare voci alleate e non nemiche, a non prendermi troppo sul serio. Perché quella voce fatta dalle profondità della Terra e tanto tanto tanto fumo, è per me un’eco ruvida e calorosa del cuore, una tazza di caffè caldo corretto al rum, una coperta ruvida e i suoi testi sono un camino acceso e crepitante, un qualcosa di caldo confortevole e che va tutto bene.


Chocolate Jesus, A Murder in the red burn, Heartattack and wine, Come on up to the house, Bad as me, Shake it  e poi le sue interpretazioni in Daunbailò, in Dracula, ne La leggenda del re pescatore rendono il Tom un modo di essere, un modo di sentirsi, un modo di prendere una pausa dalla perfezione e dall’efficienza per ricaricare le proprie batterie esistenziali e ricalibrare il nostro radar empatico, prima di tutto verso noi stessi, e solo dopo, quando si è pronti, verso il prossimo.
E queste cose per cui essere infinitamente grati a una persona.

Che poi per me Tom Waits è stato anche un cupido, perché è stato il primo argomento di conversazione, dodici anni e rotti fa, tra me e il mio compagno.
E a maggior ragione è giusto festeggiare una persona che fa cose belle che portano ad altre cose altrettanto belle, e forse anche di più.


venerdì 6 dicembre 2019

Un magnifico corpo recitante è scomparso 25 anni fa



E che gli vuoi dire: La classe operaia va in paradiso è uno di quei film meravigliosi, modernissimi, eterni, disturbanti, terrificanti, che ho visto una volta e non voglio vedere mai più, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto invece l’ho visto fino a consumarlo (quasi), Todo Modo è un film semplicemente troppo, talmente troppo da perdercisi dentro; e poi ha detto no a Coppola per Il padrino a Bertolucci per Novecento, ai Taviani per Padre padrone.
Ma più di tutto, più di tutto tutto, ecco, io Gian Maria Volonté lo amo quando fa il cattivo, o il quasi-cattivo nei film di genere (Per qualche dollaro in più, L’armata Brancaleone, Per un pugno di dollari), perché io penso che in quei ruoli sprigioni una fisicità incredibile, con quello sguardo severo e corrucciato che s’illumina di una luce crudele e furba, e più di tutti Teofilatto, oh mio dio Teofilatto, e "Cedete lo passo - Cedete lo passo tu - Sono Teofilatto dei Leonzi, ti vedo e ti piango". Che poi in tutti i suoi film Volonté è attore mortalmente fisicissimo, quasi insostenibile, ma diamine, quando fa il cattivo!

Il fatto è che Gian Maria Volonté recita come io vorrei scrivere, roba da “ti sfido a staccare gli occhi da me, stronzo”, perché lui, con quella faccia, con quella voce, con quello sguardo è come una mano gigante che ti tiene la testa ferma, e al massimo tu puoi sgranare gli occhi e annuire, ma piano, con discrezione, per non disturbare e non distrarti.
Perché il carisma di Volonté non è il carisma del divo, o dell’attore impegnato o che, ma è quello di un’energia potentissima e integra e perfettamente coerente, nelle sue sottrazioni, nei suoi istrionismi, come se lui fosse un amplificatore caricato alla grandissima, che amplifica e illumina tutto quello che gli sta intorno, e vi si inserisce alla perfezione, come nel suo elemento naturale; e questo splendore si comunica, annulla ogni distanza, e anzi sfida chi lo osserva a muoversi con la stessa naturalissima padronanza, con la sua umile autorevolezza, come rotta e timoniere di tutto ciò che lo circonda.

E allora Gian Maria Volonté potrà pure essere il grande attore dimenticato, ma chi se ne frega, perché tanto è stato, è e sarà un grandissimo tra i grandissimi.

martedì 3 dicembre 2019

Sylacauga, Alabama (un microracconto di Francesca Maggi)

La cittadina di Sylacauga in Alabama, fino a quel fatidico febbraio del '54 era sempre stato un posto tranquillo, sonnecchioso, ripettabile, la tipica cittadina di quella provincia americana bianca e borghese. Ann Hoges sonnecchiava distesa sul suo divano, in una posa che sua madre avrebbe definito "indecorosa": la borsa dall'acqua calda sulla pancia, la gambe leggermente aperte per accogliere la cagnolina Bess. Sul basso tavolino una bottiglia di gin semivuota, le aspirine e un romanzo rosa. Il marito era via da tre giorni e per questo eveva deciso di rimanere ancora un po' così senza vestirsi né truccarsi. Tutto, fuori e dentro di lei era immobile. Improvvisamente ci fu un bagliore nel cielo, che lei naturalmente non vide. Ciò che sentì fu un formidabile fracasso, e le assi del soffitto le caddero addosso. Sentì un dolore lancinante al fianco destro e vide accanto a sé una pietra incandescente. Era la prima volta che un meteorite colpiva un essere umano. Quella che ne segui' fu una delle più appassionanti e più tristi vicende legali che Sylacagua abbia mai conosciuto. Potrei scriverne un romanzo. 
Vostro T.C.

lunedì 2 dicembre 2019

Il cinismo di Tru(e)man (un microracconto di Massimo Guelfi)

Nel distretto 60215 nella contea di Billund c’è una caserma di mattoncini rossi che sovrasta il resto della città. Fu costruita dopo il grande incendio che colpì metà dei territori della contea circa dieci anni prima. Il governo locale decise che mai più in futuro si sarebbero fatti trovare impreparati di fronte ad un evento così devastante e stabilì che la messa in sicurezza del territorio avrebbe portato ad un massiccio reclutamento di pompieri e alla costruzione della più grande caserma di tutti i territori occidentali. Al primo piano di quell’edificio Trueman sfogliava il giornale in completa solitudine mentre i colleghi, gli altri numerosi colleghi della centrale operativa, erano indaffarati nelle più disparate attività che consentivano loro il raggiungimento del desiderato approdo della fine del turno. Trueman, un uomo uguale a tanti altri, stessa espressione stampata, stessi rigidi movimenti, cercava nelle pagine di quel quotidiano le risposte al destino che avrebbe investito lui e molti dei suoi colleghi di li a poco. Da qualche mese infatti erano partite le lettere di licenziamento in altri distretti e la prospettiva di una contrazione dell’organico era oramai diventata l’ineludibile destino a cui molti si stavano preparando. Dopo i tragici eventi di dieci anni prima infatti nessun incendio si era mai più verificato e la compagnia non era più in grado di sostenere le ingenti perdite per l’eccessiva esposizione salariale degli ultimi bilanci.L’imminente apertura della crisi della società, ritardava ancora una volta la realizzazione del suo desiderio, un viaggio lungo le frastagliate coste per l’osservazione del distacco dei ghiacciai.La sua situazione finanziaria non gli consentiva di affrontare con leggerezza i proibitivi costi della compagnia navale che organizzava le escursioni ed aveva sempre rimandato il proposito che continuava comunque ad abitare i suoi desideri. La sua prudenza era il frutto del lavoro educativo ben riuscito dei suoi genitori che seppur di umili origini gli avevano trasferito un bagaglio di valori che lo faceva essere apprezzato e rispettato dai suoi colleghi. Ai genitori di Trueman piacevano i giochi di parole e scelsero proprio quel nome per attribuirgli, già a livello anagrafico, gli anticorpi necessari per affrontare l’ingresso in quella società che stava oramai rivelando se stessa per quello che era. Un insieme stratificato di inganni e finzioni che affioravano agli occhi di tutti come muffa sul quel muro che una volta era invece ricoperto dalla rassicurante pittura dell’unica possibile verità.La stessa verità che Trueman si illudeva di cercare in quel giornale che inconsapevolmente rappresentava fuga e ritorno dal grande inganno di quella costruzione monotona e ripetitiva.Proprio a metà dell’interminabile ed ozioso turno avverte la pesantezza delle palpebre che precede di poco la caduta in avanti della testa e la repentina frenata imposta dal collo che lo riporta momentaneamente in un labile stato di veglia prima della definitiva capitolazione. Cede! La testa scivola lentamente sul giornale che gli fa da esile cuscino ad attutire appena le irregolari asperità della consolle del centro operativo. Adesso entra nella fase metastabile della confusione tra rumori esterni reali e quelli della trama del sogno che cercano di entrare prepotentemente in scena dall’interno. E’ in quel preciso istante che i suoi timpani vengono investiti dal fischio della sirena della caserma, al suo interno, il rumore viene assorbito e convertito dal sogno in quello della nave da crociera che avverte tutti del suo ingresso nel porto. Quella sirena che aveva emesso il suo suono soltanto nelle sporadiche esercitazioni, adesso spande il suo suono come a liberarsi definitivamente della prigionia forzata. Il rumore continua insistentemente la sua propagazione monotonale fino a raggiungere le oscillazioni armoniche che si fanno pulsanti all’interno del meato uditivo dei presenti. Dentro Trueman invece la nave non rallenta e prosegue la sua corsa anche oltre la banchina che si sgretola al suo passaggio come se il cemento armato si fosse fatto improvvisamente cracker. E’ la frattura della realtà, il richiamo del paradosso che lancia il suo contro allarme al subcosciente che lo desta da quella veloce ma profonda perdita di coscienza. Si riaprono gli occhi che restituiscono ancora una realtà opacizzata dalla velatura che si stacca dalla palpebra su tutta la superficie della cornea e vede pulsare la luce rossa da sotto il giornale. E’ un risveglio repentino che lo porta ad alzarsi di scatto dalla sua postazione e notare la frenesia dei colleghi che si lanciano velocemente verso i mezzi di soccorso. Un nuovo incendio finalmente! E’ questo il pensiero che investe Trueman e mentre si alza, svolgendo per la prima volta tutte le operazioni a cui si era esercitato negli anni precedenti, un sorriso carico di gioia gli affiora ai lati della bocca e con il cuore carico di nuova speranza si getta nella buca che lo conduce al piano sottostante verso il nuovo destino, un nuovo futuro a cui si sente di poter finalmente appartenere.