sabato 19 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 19: Fionda (+ un disadattato)

Veronica Galletta

Come con la fionda. Dice proprio così.
Mi scuoto per un attimo dal torpore, quella forma di tanatosi vigile che metto in atto quando è necessario. Come durante una riunione genitori insegnanti, come adesso. Gli incontri con gli insegnanti sono un campionario di umanità varia, del quale, lo ammetto, ho in genere orrore. Ogni volta che mi è capitato di andare, raramente, mi è sempre risuonato dentro quello che una volta mi disse il pediatra. Ero preoccupata per le occhiaie di mio figlio, il bambino era piccolo, aveva poco più di un anno. Dottore, gli dissi. Ma perché questo bambino ha sempre le occhiaie. Lui mi guardò fisso, con il suo modo indisponente che gli permette di essere l’unico pediatra che ha sempre posto in città, e mi disse. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Me la presi abbastanza quella volta, anche se adesso se ci ripenso mi viene da ridere. A volte per capire i bambini basta guardare i genitori. Sono sicura che lo pensano spesso le maestre, anzi mi sa che è proprio un loro mantra, mi dico mentre in classe va in scena il solito spettacolo di recriminazioni sottili, discorsi generici e accuse velate.
Tanatosi unica via, mi ripeto mentre tutto si svolge secondo gli schemi più classici della narrazione. Una fase di introduzione, l’incidente scatenante, il punto di non ritorno, la risoluzione del problema e lo scioglimento finale. Leggo troppi manuali di narratologia, mi dico, guardando l’orologio. Manca poco, in fondo. Poi, d’improvviso, l’illuminazione.
Anche la mattina, vi preghiamo di accompagnarli con calma, dice la maestra. E non di tirarli dentro con la fionda.
Mi piace quest’immagine, mi dico. Con la fionda. È brava la maestra, la narrazione per oggetti è molto efficace. Lo dice anche il manuale di narratologia, mi dico ancora. Ma intanto rimugino. Questa riunione riguarda anche me. Non solo loro, le altre. Le mamme cattive, solo io quella buona, giusta, equilibrata. Riguarda anche me. Anche io lo lancio fuori di casa con la fionda. E no, non lo voglio fare più.

Massimo Guelfi

La premeditazione del colpo è un processo di accurata costruzione. C’è la scelta del sasso: deve essere rotondeggiante ma non troppo appiattito, non troppo piccolo e neanche eccessivamente pesante. Non deve mostrare spigoli per fendere l’aria senza ruotare su se stesso ed avere una superficie liscia per non rimanere intrappolato nell’attrito dinamico. C’è la distanza della postazione: il barattolo di latta va posizionato sul muretto per poi retrocedere di un numero adeguato di passi in modo che il colpo non diventi troppo difficile. Si attende che cali il vento, si impugna il manico, si deposita il sasso all’interno della toppa, si caricano le bande leastiche, mettiamo a fuoco l’immagine del barattolo all’interno della forca e..c’è ancora un piccolo instante prima di lanciare un colpo così ben costruito, lo spazio per un ripensamento. Non è pentimento, è solo il timore dell’insuccesso, una insignificante imperfezione e dal trionfo si precipita al fallimento: rilasci lentamente la tensione del braccio, riprendi il sasso e mentre lo infili nella tasca ti allontani voltando le spalle al barattolo sul muretto.

Chiara Lecito

La fionda è uno strumento del cazzo. 
La catapulta dà molta più soddisfazione. 
Ancora meglio sarebbe una bella mazza chiodata, ma effettivamente fa anche un po’ schifo, più che altro per gli schizzi di sangue – ossa – cervello.
L’ideale, la perfezione, sarebbe un lanciafiamme da pochette. Lo tiri fuori e Vooooooom, ecco l’inferno, e poi lo rimetti a posto.
E niente, era tutta strana, ma c’è da ammettere che aveva un gusto scenografico notevole.

Francesca Maggi

Eccoci.
Adesso dovrei recuperare tutto il mio coraggio, o la mia incoscienza.
Copiare la dinamica della fionda: due passi indietro trattenendo il respiro, azzerare per un attimo il battito del mio cuore, sospendere il giudizio, forse anche chiudere gli occhi.
E poi uno, due, tre...fare tre passi avanti veloce e risoluta e, senza una spiegazione e senza una logica raggiungere la tua bocca, cogliendoti di sorpresa.
Ecco, e' il momento giusto.
Uno, due, tre...

Rinaldo Picciotto (il disadattato)

Piove, gocce sottili che si susseguono senza sosta. I piedi nell’acqua e i calzini ormai zuppi con la mano dalle nocche bianche rattrappita sulla maniglia della cartella informe. Lo sguardo nel vuoto e inespressivo, come in attesa di qualcosa.

Il primo giorno di scuola tutti sfoggiano le scarpe nuove, lo zaino colorato e raccontano l’estate appena trascorsa. Gli ombrelli si toccano e si spingono senza troppa attenzione mentre poco distante delle  auto troppo voluminose fanno scendere frotte di ragazzi che respirano le esalazioni grigiastre dei tubi di scarico incuranti di bagnarsi i pantaloni con gli schizzi. E’ stata una estate piuttosto calda e pare strano aspettare l’apertura dei portoni sotto questa pioggia. L’aria è comunque umida e fastidiosa e le gocce scivolano nei colletti creando una sensazione di disagio che difficilmente si avverte nell’adolescenza.

La ragazzina lentigginosa gli chiede se sia nuovo. Lui l’aveva già notata ma evitava di guardarla. In realtà lui aveva già osservato tutti e sapeva già di chi avrebbe potuto fidarsi e di chi no. E aveva già stabilito alcune simpatie in base ai colori delle giacche o delle pettinature. Non amava farsi notare, faceva sempre in modo da non apparire. Se avesse potuto si sarebbe trasformato in un oggetto inanimato che nessuno vede. Ma sapeva annusare le persone.
La ragazzina non aspetta il tempo di una risposta e ritorna nel gruppetto dei coetanei vocianti. Lui continua a fissare le proprie scarpe allagate, la mente rivolta ad un solo oggetto. Non è mai stato comunicativo, non ha mai amato frequentare i compagni di scuola. Non ha mai avuto amici degni di quella definizione. Amava stare nei campi con il suo cane, il suo unico amico. Era cresciuto con quella bestia e si capivano con uno sguardo. Amava quel genere di rapporto muto e pieno di intese, privo di secondi fini. Si capivano e basta. Solo con una occhiata.

Sapeva che molte cose sarebbero cambiate ma non sapeva cosa lo aspettava. Era consapevole soltanto di non essere nel posto giusto, nel momento giusto. Il suo unico amico, l’unico confidente, era morto quella notte mentre lui lo vegliava. Sapeva di essere inesorabilmente solo. Non  poteva immaginare un dopo.


venerdì 18 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 18: Disadattato

Veronica Galletta

Alle medie mi portavo dietro i libri in una busta della Despar. Era, la Despar, il supermercato che avevamo proprio sotto casa, gestito da un signore che si divertiva a prendermi in giro. Era successo infatti che una volta, io voltata di spalle verso lo scaffale, quest’uomo era arrivato e mi aveva apostrofato da dietro: Ehi, tu, bambino, e io mi ero voltata inviperita. Non sono un maschio! avevo risposto, e così da quel giorno era diventato un gioco. Incontrarmi, far finta di prendermi per bambino. Non aveva tutti i torti, a dirla tutta. Mia madre optava per la praticità, in quegli anni, e praticità faceva rima con capelli cortissimi e tute da ginnastica.
Questa apparente digressione permette quindi di inquadrare meglio la me bambina di prima media, con i capelli corti come un bambino, la tuta e i libri dentro una busta della Despar, mentre cammino sul tragitto da casa a scuola. Non sempre la stessa, eh… la cambiavo di frequente. Per quanto più resistenti delle attuali buste riciclabili, erano pur sempre forse inadatte a trasportare libri e quaderni da scuola a casa e ritorno.
Ogni giorno, tutti i giorni.
Non ricordo quanto durò questa mia forma di protesta. Perché sì, era una forma di protesta. Ero in prima media, e volevo lo zaino, come tutti gli altri, mentre mia madre si ostinava a mandarmi con la cartella con cui avevo fatto tutte le elementari. È di Munari, questa era la sua giustificazione a questo atto di crudeltà verso una bambina presto ragazzina che voleva solo una cosa. Essere uguale agli altri. Per questo protestavo, con la mia busta della spesa carica di libri, in un interessante paradosso, se
lo guardo da qui, di chi per essere uguale finisce per essere ancora più diverso. Lo zaino infine arrivò, un informe zaino della Lotto non così diverso dalle mie buste. Avrei imparato, ma questo solo con il tempo, che essere disadattato è una forma della mente, e che l’unica maniera per fronteggiarla non è combatterla, ma, altresì, assecondarla.

Massimo Guelfi

Erano ormai passati più di dieci anni dalla scoperta del primo Homo Nubendi e la comunità scientifica non aveva ancora elaborato una teoria definitiva per spiegare il motivo della sua estinzione. Homo Tecnologicus e Homo Inutilis si collocavano sulla stessa linea evolutiva di Homo Sapiens ma il genoma di H. Nubendi non lasciava adito a nessun dubbio: era una specie autonoma. La datazione dei radioisotopi faceva risalire l’epoca della sua diffusione nello stesso arco temporale degli H. Sapiens e sicuramente avrà diviso con quest’ultimo anche l’areale. La teoria più accreditata ritiene che fu proprio nel momento del passaggio H. Sapiens-H. Tecnologicus che si instaurò lo scontro che portò alla definitiva sottomissione degli H. Nubendi. La diffusione della tecnologia digitale fu talmente rapida e pervasiva che il solo H. Tecnologicus riuscì ad adattarsi alle nuove condizioni conducendo l’antagonista a soccombere fino alla definitiva estinzione.

Chiara Lecito

A sentire Facebook, Tolstoj diceva in soldoni che non bisogna cambiare il mondo ma cambiare sé stessi. Lui aveva già provato a cambiare il mondo e l’unica cosa che gli era derivata era una bellissima ulcera. Allora aveva provato a lavorare su sé stesso, ed era arrivato a una depressione talmente profonda da non essere riuscito ad alzarsi dal letto per quasi un anno.
E poi, finalmente, aveva deciso di rivolgersi all’avvocato.

Francesca Maggi


In realtà il racconto lo avevo scritto, ma mi ha messo in reale difficoltà.
Chi sta fuori dal sistema viene detto disadattato, alcuni nel sistema ci sguazzano, ne traggono profitto e diletto. Altri, forse la maggioranza, devono modificare la propria forma per poter far parte dell'ingranaggio. In tal modo sopravvivono.
Lascerò che siano le parole del film a parlare per me.

giovedì 17 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 17: Ornamento.

Veronica Galletta

-Mamma
-Eh
-Cosa è l’urna?
Mi volto, lo guardo. Sta seduto al tavolo di cucina, il libro aperto davanti. Da qualche tempo è partito con la lettura. I libri di fantasmi sono i suoi preferiti.
-È una piccola scatola dove si mettono le persone quando sono morte.
Si alza e mi si mette vicino. Lo guardo di sottecchi, mentre continuo a pulire la verdura; mi fissa, serio. Mi mordo il labbro. Non dovrei parlare così della morte, lo so.
-E come fanno a starci dentro?
-Le bruciano prima...
-Le bruciano?
Non dovrei parlare così della morte, eppure trovo sempre il modo peggiore. Deve essere una specie di dono, il mio.
-Sì ma non si fanno male perché…
-Perché sono già morte, dice tornando al suo libro.
-Sì, sono già morte.
La morte. È un’ossessione la morte per lui da quando era piccolo. Forse è così per tutti i bambini. Il dottore dice che c’entra la mia malattia. Mi ha visto troppo a letto, e vive in allarme. Eppure io credo sia qualcosa di più. Qualcosa che percepisce nell’aria. Zao, sono tuo fratello morto, mi diceva quando era piccino e veniva a infilarsi nel letto la mattina. E io un fratello morto ce l’ho davvero, anche se lui non lo sa… Forse qualcosa in questa casa. Eppure mi sono informata, in questa casa non è morto mai nessuno. Scolo la scarola, la ficco nella pentola che è già suo fuoco. Mi asciugo le mani, mi avvicino a lui. Della morte bisogna parlare.
-Perché mi hai chiesto della parola urna? gli dico.
-C’è scritto qua, risponde, e mi passa il libro.
Comincio a ridere. –Orna, c’è scritto orna. Ornamentale, dico, e mi copro la bocca con una mano. Mi guarda sospettoso. Ornamentale amore, è quando… ma niente, non riesco a smettere.
Urnamentale. Certo, anche urna-mentale ha il suo fascino. Una sorta di tomba per il cervello. La mia vita a volte. Ma non oggi.

Massimo Guelfi

L’incomprensione genera le quattro fasi successive: la rabbia, la frustrazione, la rassegnazione e l’isolamento. Poi si possono verificare apatia, aggressività e autodistruzione. Tueur si era fermato alla quarta fase perché amava il suo lavoro, lo faceva con quella professionalità che rendeva il giusto tributo all’impegno che aveva messo nel raggiungimento della sua posizione. Quando fai quel tipo di professione, devi sempre dare il massimo ed esercitarti affinché il tuo fisico risponda prontamente alle esigenze che ti vengono richieste. Lui mai, si era sottratto a questo inscalfibile senso del dovere, anche quando, prima dell’isolamento cercava ancora di farsi accettare all’interno della piccola comunità di Epaules. Risaliva a quel periodo il piccolo ciondolo con cui aveva decorato il suo inseparabile strumento di lavoro. Tueur era un killer, il tentativo di umanizzare il suo fucile non fu compreso,  da allora aspettava sempre la fine delle oscillazioni indotte dalla retrospinta del colpo, prima di afferrare l’amuleto e capire che il suo lavoro si era concluso.

Chiara Lecito

Pensa: alla fine scegliere la base non è stato difficile. Non è stato il parto che credevo. Anzi, è stato tutto molto fluido.
Guarda il fumo della sigaretta che esce dalla finestra. È un luogo comune, ma è vero, rilassa.
Pensa: quelle cose però che servono ma non sono necessarie, ecco, quello è stato già più complicato.
Si alza in piedi e si stiracchia.
Pensa: adesso mi sto dannando.
Pensa: forse meglio niente. Nessuna cazzata, massima concentrazione.
Fa un gran respiro. L’aria è fredda, e bella, e felice.
Decide.

Francesca Maggi


Se dovessi paragonare me stessa ad una pianta sarebbe certamente un cactus, e chi mi conosce questo lo sa bene, forse perché in prima persona ha avuto a che fare con le mie spine.
I cactus apartengono alla grande famiglie delle succulente, ed anche questa parola mi si addice parecchio, c'è qualcosa in me di nutriente, caldo e umido.
Ogni tanto, in maniera del tutto imprevedibile il cactus produce un unico fiore, sbalorditivo ornamento, una sorta di piccolo miracolo.
Non so cosa sia, forse quell'attimo di genio, quello slancio improvviso, quell'occasone non persa.
Solo pochi sono riusciti a cogliere la magia di quel fiore, senza coglierlo.

Elda Mattesini



 ALFONS MARIA MUCHAS (1860/1939)

Importante esponente dell’Art Nouveau, fu pittore e scultore, fotografo
Disegnò manifesti, scenografie, costumi  anche per l’attrice Sarah Bernhardt.
Disegnò manifesti per varie industrie tra cui  Nestlé e Moet & Chandon.



mercoledì 16 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 16: Selvaggio

Veronica Galletta

C'era, nel suo modo di sparire fra i muretti a secco, qualcosa che non aveva mai preso in considerazione, qualcosa che stupiva anche lui. Usciva nel primo pomeriggio, appena dopo pranzo, giusto il tempo di sfogliare il giornale. Continuava a comprarlo, ogni giorno, come aveva fatto sempre negli ultimi quarant’anni. Ma non riusciva più, per quanto sforzo facesse, a leggerlo con calma, a trovare dentro gli articoli, gli approfondimenti culturali, i servizi dall'estero, quell'appagamento di tutta una vita. Neanche la politica interna, alla quale aveva sacrificato tutto, tranne l’amore, gli diceva più molto.
Così il giornale restava sul divano, mezzo spiegazzato, e mentre la moglie si sdraiava per un piccolo riposo, lui si infilava il suo giaccone peggiore, il collo in pelliccia sintetica macchiato, e con un paio di scarponi e dei vecchi jeans usciva di casa.
Non aveva più nulla di quello che era stato, l’intransigente professore di liceo, il fine studioso, il politico brillante, l'assessore capace. Solo, una busta di plastica e un coltello in tasca, si arrampicava agile per le rocce e i muretti a secco, più simile a un caprone che a un uomo. Cercava bietole, asparagi, borraggine, perfino ortica, trovando dentro al paesaggio aspro dell'entroterra siciliano la calma, la soddisfazione che tanti anni nel mondo delle idee non gli avevano dato.
La moglie lo aspettava vigile, l'orecchio attento, preoccupata da queste sparizioni solitarie, che potevano durare anche un pomeriggio intero. Con l’arrivare dell’inverno, quando già verso le cinque la luce calava, e con lei l’umidità della montagna fluviale, cominciò a protestare. Cadi giù dalla ripa, nessuno ti trova, gli diceva. Lui rideva, rovesciando sul tavolo il suo prezioso bottino. Guarda guarda, le diceva come se non l’avesse sentita. Guarda che asparagi, vedrai che frittata.
Anche se fossi morto, per questa frittata ne valeva la pena, rimuginava fra se mentre armeggiava con uova e padella. Ma questo alla moglie non glielo disse mai.

Alessandra Ghilardi

Due battute ripetute 169 volte. 
Suonava con l’Orchestra Nazionale del suo paese da molti anni, e si era cimentato con brani parecchio impegnativi. Eppure, quella semplicissima sequenza di due battute, ripetuta sempre uguale per 169 volte, per circa 15 minuti, lo turbava. 

Mentre l’orchestra si divertiva a eseguire uno dei brani più famosi di sempre, lui, il percussionista-eroe, doveva mantenere il sangue freddo, incatenato a quelle due battute ripetute 169 volte. Sempre uguali, ossessive, terribili nella loro precisione. Sbagliare, anche solo di un secondo, era impensabile.  

Prese posto sul palco, nel silenzio trepidante d’attesa… e iniziò. Due battute. 169 volte. Dopo aver provato quelle due stramaledette misure per mesi, improvvisamente sentiva che non sarebbe riuscito a reggere la pressione, che i suoi polsi lo avrebbero tradito, che non avrebbe tenuto il tempo.   

Gli altri musicisti si lasciavano andare al ritmo sensuale della musica, concedendosi qualche vibrato, qualche piccolo virtuosismo, ma lui no. Lui sudava, sicuro che prima della fine di quei dannati 15 minuti, avrebbe sbagliato. 

Le mani si muovevano quasi da sole, apparentemente sicure, ormai padroneggiavano il ritmo, ma nella sua testa regnava la confusione più assoluta. Pensando di aiutare la concentrazione, chiuse gli occhi, ma involontariamente peggiorò le cose. Ora sudava ancora di più, nel suo cervello il tarata-tà delle due famigerate battute era come amplificato. Sentiva Ravel, lo sguardo di rimprovero fisso su di lui, pensare che avrebbe fatto meglio ad arrangiare l’Iberia di Albeniz, attenendosi al progetto originale, che il suo Bolero veniva irrimediabilmente danneggiato da quel percussionista inetto che non riusciva nemmeno a tenere due battute per 169 volte. 

Doveva calmarsi. Cosa faceva la gente di solito per calmarsi? Le pecore, contava le pecore. Iniziò a contare anche lui. Tante piccole pecore che saltavano uno steccato, no, erano tante piccole Ida Rubinstein che saltavano a mo’ di cavallina altrettanti piccoli Diaghilev accucciati, tutti furiosi perché lui, il povero percussionista-incapace, stava massacrando un capolavoro, e tutto per la tensione di mantenere quelle due battute sempre uguali, per 169 volte. 

Aprì gli occhi, riportato alla realtà dagli applausi del pubblico. Non sapeva come, ma era arrivato alla fine. Stremato, teso all’inverosimile, ma era arrivato alla fine. Aveva tenuto il ritmo per 169 battute, rigido e inchiodato alla sua postazione.

Improvvisamente, tutta quella tensione tenuta a freno per 15 interminabili minuti, esplose in uno scatto selvaggio. Il percussionista-pazzo iniziò a urlare e in preda alla furia più sfrenata corse ululando fuori dal teatro, in strada, verso la periferia. 



Massimo Guelfi

 Ti si fanno incontro in due, sei stordito da qualcosa che non riesci a ricordare. Li vedi dapprima sottili come provenire da due punti diversi della tua visuale offuscata, poi si fondono in un’unica figura che si sbraccia con movimenti rallentati senza emettere alcun suono. Ora è li davanti a te che muove la bocca ma non riesci a sentire, poi si volta come se stesse chiedendo aiuto. Istintivamente alla tua amigdala arrivano segnali di pericolo ma non ti puoi muovere. Arrivano altre lacrime ad annebbiare nuovamente la tua vista ma riesci comunque a vedere un oggetto appuntito che penetra il tuo braccio e cadi nuovamente nel sonno profondo da cui eri provenuto.

Dal diario del Dr. Tame: “Il paziente A si è svegliato prima del previsto ed è stato subito sedato. Il programma di trattamento a base di ossitocina prosegue come previsto, si richiede nuova indagine strumentale a livello neuronale”.

Chiara Lecito

- Vedi, X è uno che non ama lavorare in gruppo, ci si trova a disagio, ma dato che a W piace moltissimo e dice che ci si rivede, gli faccio seguire le sue inclinazioni, e in effetti ci porta dei bei lavori, anche piuttosto ispirati a dire la verità.
- X è quello che W chiama “il Selvaggio”?
- Esatto, ma in realtà è una semplice testa di cazzo. Se vuoi rimanere qui, tu pensa a portare a casa la giornata, che appena W s’innamora della stronzaggine di qualcun altro X non lo rivediamo più.
- Ricevuto.

Francesca Maggi

Al geometra Franco Bazzichi non erano mai piaciute le riunioni di condomino, a chi piacciono, del resto. Dopo un giornata fra numeri, fatture, scadenze, il suo unico desiderio era stendersi sul divano e guardarsi in tv un qualsiasi telefilm poliziesco.  Era solito lasciare l'incombenza alla solerte moglie Patrizia.
Tutto cambiò quel 6 Aprile del 2018, esattamente il giorno in cui Cinzia Polidori, insieme al marito e un figlio adolescente venne a vivere al 4C.
Da allora non si perse una riunione.
C'era qualcosa nella signora Polidori che lo mandava letteralmente fuori di testa. Cinzia era una donna normalissima, il fisico un po' appesantito, vestita in modo sobrio, al limite della sciatteria, l'unico vezzo una lunga treccia castana portata da un lato, il sinistro.
Ciò che faceva impazzire il Bazzichi era il suo odore. Era qualcosa di forte, al primo impatto sgradevole, sconosciuto, acido, bagnato, scatenava in lui qualcosa di selvaggio e ancestrale, un bisogno primario ed animalesco.
Il fatto che non fosse bella ne aumentava a dismisura il fascino, c'era in lei qualcosa di accessibile e al contempo pericoloso. Quando, durante le riunioni, la cercava con lo sguardo lei ricambiava, fissandolo con i suoi occhi castani.
Castani ed assolutamente normali.

Elda Mattesini 

Ho sempre pensato che questo luogo fosse  selvaggio, primitivo.
“Perché ?” mi chiedi. Non so spiegarlo a parole, ma è una sensazione che questo  posto mi fa provare.  Tutto è normale, accogliente, pulito, bello, si respira un’apparente serenità, ma se guardi in profondità ti accorgi che  tutto è coperto come da un  velo :  è  una facciata, è apparenza, è inganno.
E’ un luogo fatiscente, scuro, dove dietro una finta cordialità si nascondono sentimenti ostili; dove occorre stare molto attenti se non vuoi essere sbranato, dove le persone perdono le loro caratteristiche di umanità e ritornano primordiali. 

martedì 15 ottobre 2019

Inktober 2019 – Giorno 15: Leggenda

Veronica Galletta

Nella mia famiglia ci sono tante leggende, e molte non si possono raccontare. Siamo tanti, tutti suscettibili, e ognuno ha di sé e della propria storia un ricordo, una visione, un incastro che quasi mai coincide con quello dell’altro. E siccome le storie sono tante, e spesso irrisolte e dolorose, il mescolio si può fare esplosivo. Ma la leggenda primaria, quella che riguarda il cognome (Storia del mio cognome, cit.), l’origine di tutto, merita di essere raccontata.
Allora, secondo la leggenda il mio bis-bis-bis-x-nonno era un violinista. Quando Garibaldi arrivò in Sicilia, decise di unirsi ai Mille, e abbandonò la moglie con un figlio, e incinta del secondo (e qui la leggenda già scricchiola, perché erano sì siciliani, ma abitavano a Malta. Garibaldi arrivò a Malta? Il mio antenato violinista era già in Sicilia, per suonare? Non si sa. Comunque partì. La moglie, rimasta sola e senza un soldo (un marito violinista già di suo non dava un gran reddito, figuriamoci un marito violinista scappato appresso a Garibaldi) quando nacque il neonato decise di portarlo alla ruota, davanti a un convento di suore. Così le suore crebbero il bambino, dandogli un nome e un cognome. Quando il marito tornò dalla sua spedizione, non sappiamo se vittorioso o come, andò a riprendersi il bambino, e lo riportò in famiglia. E quindi il mio antenato violinista aveva due figli con due cognomi diversi. Uno Gambuzza, come il suo, e uno Mica, il cognome inventato e dato dalle suore.

Questo dice la leggenda. Ma siccome non tutte le leggende riescono col buco, ce n’è anche un’altra, completamente diversa, che magari se trovo l’ink giusto racconterò.

Massimo Guelfi

Ad allietare le veglie estive del paesino di Cerbaiola ci pensava Ottavino. Ironia volle che pur arrivato per ultimo, il piccolino, fosse diventato il più alto di tutti i fratelli. Forse non aveva tutte le rotelle a posto o forse era semplicemente svogliato ma inevitabilmente andava sempre incontro alle furie del padre che lo ricopriva di calci e pugni quando tornava a casa senza una pecora perché si era addormentato, quando distruggeva il carro con cui aveva immaginato di gareggiare o quando si faceva imbrogliare per lo scambio del latte con la farina. Ma una cosa la sapeva fare bene Ottavino, sapeva raccontare le storie. “un altra, Ottavino!” - “raccontaci quella della scuola” - “no, no, prima quella della motocicletta” come un grande attore di cabaret raccoglieva le richieste del pubblico che ascoltava e rideva ai suoi racconti con la stessa attenzione e meraviglia della prima volta. Il suo protagonista era un tale conosciuto come Troncameli, nessuno si preoccupò mai di indagare se fosse reale o immaginario perché o l’uno o l’altro le sue imprese erano comunque divenute leggenda. Non c’erano molti altri divertimenti in quella arida campagna dura da zollare ma Ottavino li faceva sorridere e li mandava a letto felici i suoi compaesani, dimentichi almeno per quella sera delle fatiche del giorno passato e di quelle che sarebbero arrivate nel giorno successivo.

Chiara Lecito

Quello che per A era motivo di tormento, per B era causa d’invidia: A era una leggenda che nessuno riconosceva. Avevano cominciato a lavorare insieme da sei mesi, e lavoravano bene, tranne che nei momenti in cui A era preso dallo sconforto e B aveva l’impressione di dovergli fare da psichiatra. Il fatto è che A aveva al suo attivo una sfilza di lavori in un fantastilione di campi che gli avevano portato un bel po’ di quattrini (che lui si era saputo ben amministrare), ma nessuno sapeva chi fosse. Era una leggenda, non una star, e lui si sentiva poco considerato. La vita di A era invece il sogno di B: ricchezza, talento e anonimato, ma, come al solito, chi aveva il pane non aveva i denti e viceversa. Ma forse essere una leggenda non è cosa consona ai vivi.

Francesca Maggi


Ignazia de'Cocci, marchesa di Pontemazzoli, è una figura che appartiene più alla leggenda che alla Storia, di lei infatti non esiste nessuna testimonianza scritta, rimane solo una miniatura a margine di un manoscritto del XIII secolo.
Le sue vicende arrivano a noi attraverso la tradizione orale, c'è chi dice che fosse una santa, chi una strega.
Una storia che a Pontemazzoli si tramanda da generazioni narra di come riuscì a far fuggire il terribile conte Baruffetti da Monteforte che da mesi teneva in scacco la città, sotto il giogo di una crudele tirannia.
Si racconta che Ignazia lo sedusse e, come una Circe medioevale, nel corso di una bollentissima notte d'amore, riuscì a fargli bere una non si sa quale pozione.
Baruffetti si risvegliò l'indomani convinto di essere un umile asinello.
Fu uno spasso per i pontemazzolesi vedere una divertita e risoluta Ignazia aggirarsi a cavalcioni del povero conte.