martedì 12 novembre 2019

Piccolo pensiero errante senza titolo

L’opera è una cosa seria, invece il balletto è leggero. L’opera è pesante, il balletto è lieve e lezioso. Che tradotto fuori dalla metafora musicale, vuol dire che tutto è inquadrabile in schemi precisi    - oppure no. 
Da piccola ero veramente convinta che le linee di demarcazione fossero nette, che la realtà potesse catalogarsi e dividersi in compartimenti stagni. Una cosa è buona, un’altra no. Una da lodare, una da giudicare con severità. 
Per fortuna, con il passare del tempo, anche le mie categorie mentali si sono fatte più elastiche, i confini più sfumati, lo sguardo più comprensivo. Le realtà possono convivere, non si è mai del tutto bianchi o neri, completamente buoni o cattivi, e a volte proprio le compresenze sono ciò che ci rende forti, e infinitamente più complessi e affascinanti.
Non che voglia esprimere chissà quale verità, ma mi piace pensare a quanto sarebbe bello se imparassimo ad accettare le sfaccettature che ci caratterizzano, valorizzandole anziché condannarle. 
Intanto, io mi ascolto una bellissima musica da balletto, frizzante e vivace, che in barba alle categorie si incastra alla perfezione in una splendida opera lirica. 


Alessandra Ghilardi

lunedì 11 novembre 2019

Dostoevskij198




Hemingway si domandava come un uomo che scrivesse così spaventosamente male potesse trasmettere passioni così profonde. Io, che non amo Hemingway, mi sono risposta che Dostoevskij è grande perché non rifiuta niente dell’anima umana, perché non idealizza, non nobilita, non giustifica, ma ha una fede incrollabile nella bellezza, riconoscendone, e vivendone, tutte le sue storture.

Il fatto è che al diavolo la scrittura, al diavolo l’eleganza e di nuovo al diavolo la scrittura, perché la parola è solo indagine sulla vita, invito alla profondità senza l’aridità della mera contemplazione, al diavolo la bellezza se questa comporta quel distacco che nasce dal senso di superiorità. Dostoevskij è grande perché riesce a trasmettere quella visione totale e al contempo dettagliata di gni movimento vitale, di ogni eccesso e ogni ridicolaggine; e poi ci insegna che è tutto collegato e che tutto si piega di fronte a quella sofferenza che tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare, quella sofferenza che ci mette in ginocchio, quella davanti alla quale non ci sentiamo pronti e che ci prostra e ci mette davanti a noi stessi, davanti alla quale bruciamo nella nostra nudità e inadeguatezza, e nella quale troviamo quella grandezza che allarga i nostri orizzonti e che, di conseguenza, ci insegna ad amare, che è la cosa più importante del mondo.

C’è questa consapevolezza esaltante e dolorosissima di doversi trascendere, nelle storie del nostro, del dover riconoscere le cose per quelle che sono e al contempo non accontentarsi di queste, coltivando e cercando quella bellezza che salverà il mondo, quello stato di grazia che è dentro di noi ma al quale è così difficile accedere, sul quale bisogna lavorare e che al contempo è un dono; ed è un consapevolezza essenziale, di quelle capaci di cambiare la vita anche solo incappandoci per caso.
È una cosa umana, e divina, come lo scrivere con tutti sé stessi, che siamo fortunati ad avere e che, almeno da parte mia, è impossibile non amare.
E per quanto la vita di Dostoevskij possa essere stata imperfetta, io sono grata per questo centonovantottenne che mi ha dato tanto e dal quale ho preso tutto.

laChiara


martedì 5 novembre 2019

Agognata scrittura, adorata lettura




Tempo fa Emma Coats, story artist che ha lavorato con Pixar, ha condiviso ventidue regole utili a scrivere una bella storia (o una storia di successo, non ho ben capito). Premettendo che io non sono una grande amante delle storie Pixar, che certe volte trovo un tantino manipolatorie, vorrei comunque soffermarmi su una regola che mi ha fatto venir voglia di abbracciare l’autrice e che condivido fin dentro le viscere:

Concentrati su quello che ti interessa in quanto spettatore, non su quello che ti piace come autore. Sono due cose diverse.

Questa regola mi eccita e mi terrorizza, soprattutto in sedi come questa, o come le piattaforme social, in cui è facile cadere nella trappola narcisista del credere che sia importante condividere il proprio pensiero e dire la propria su un argomento. Il fatto è che certe volte mi piacerebbe coprire nome e titolo di un libro, raccontare la trama al suo autore/autrice senza dirgli nulla e chiedergli se lui/lei quel libro lo comprerebbe.
Lo stesso dubbio mi perseguita su queste pagine virtuali, sulle quali, ribadisco, è molto semplice cadere nella trappola del parere/post/commento ammaestrante, anche se rivolto a pochissimi intimi che già mi conoscono e che magari, fortunatamente per loro e per me, mi si filano il giusto.

Tempo fa scrivevo recensioni perché non mi piacevano quelle che leggevo, perché mi sembrava parlassero dell’oggetto recensito in un modo freddo, eccessivamente analitico o eccessivamente umorale, e poche cose mi annoiano di più dei sentimenti e della letteratura. Scrivevo quello che avrei voluto leggere nel modo in cui avrei voluto leggerlo, ma anche in quel modo stava diventando maniera, c’erano persone a cui quello che scrivevo piaceva e la cosa mi metteva a disagio, ancora non ho capito perché. Il fatto è che quando mi dicevano che avevo un ottimo stile mi sentivo nervosa, dato che scrivere in maniera decente è un po’ il minimo sindacale per chiunque si esprima attraverso la scrittura, su qualunque piattaforma e in qualunque forma.

Poi ho ripreso a scrivere qualche racconto e poi recensioni e pezzi sui fatti miei un po’ come questo qui sul blog, che alla fine è uno spazio condiviso di persone che vogliono metterci cose che per loro sono importanti o belle o interessanti, ma l’idea di guardarmi dentro l’ombelico mi spaventa moltissimo, così come m’inquieta l’idea di guardare sempre fuori, perché mi sembrano entrambe un modo di fuggire. Certe volte mi sembra che scrivere, e scrivere qualunque cosa, fosse anche un diario (che comunque scrivo) sia una trappola dalla \quale sarebbe saggio uscire, ma poi mi viene in mente che a me piacerebbe davvero diventare brava, coltivare l’arte della scrittura esatta ed essenziale per se stessa.

E allora quella regola pixariana, che mi stimola e tormenta insieme, diventa una sorta di indicatore, una forma marziale che uscirà sempre sporca alla prova dei fatti, ma che, se ripetuta e ripetuta, diventerà sempre più fluida e affascinante a vedersi: come in cielo così in terra, nel piccolo come nel grande, nella testa come sulla carta o sullo schermo, senza prendersi troppo sul serio, ma neanche troppo poco.


laChiara

venerdì 1 novembre 2019

Inktober, giorno extra, tema claudicante


L’idea era di quella di chiudere il cerchio, di rinsaldare l’anello, di riprendere il tema iniziale, quello del primo giorno, per chiudere e riaprire un ciclo; e io pensavo che di cicli ne sto chiudendo ed aprendo parecchi, attraverso nuovi incontri, nuove decisioni e nuove , soprattutto, nuove letture, che poi in realtà sono vecchie.

Quello che mi mette in difficoltà è che qui non c’è niente da chiudere, anzi, un qualcosa che si spera di allargare, per includere nuovi mondi, nuove idee, nuove voci, nuovi scambi, soprattutto nuovi scambi. Allora rimugino, perché l’idea di riproporre questo tema, il tema dell’anello, mi piace, e tuttavia questo Ottobre, che è stato densissimo, ricchissimo, lunghissimo e vorace, è stata un’esplosione di voglia di giocare con le parole e le immagine e i pensieri che ancora mi devo riprendere; anche perché io credo che sia sempre meglio rilanciare, sperando di coinvolgere sempre più persone e sempre più diverse.

Perché le persone sono sempre al centro e al perimetro del cerchio, e l’unica cosa che rimane di un discorso scritto almeno tre volte e che non è mai stato soddisfacente, e che adesso lo è men che mai, perché sconclusionato, e confuso, e scentrato come poche cose al mondo.
E quindi concludo con l’unica cosa da dire:

GRAZIE A TUTTI, DI TUTTO CUORE.

Inktober 2019 – Giorno 31: Maturo

Veronica Galletta

Maturo è il tempo di ottobre, in questo ultimo giorno, maturo questo ink, in quest’ultimo post. Stanotte è la notte di Halloween, la festa preferita di mio figlio, che spero che in quel senso maturo non diventi mai, che gli piaccia sempre il travestimento e abbracci sempre la paura, senza paura.

Massimo Guelfi


Chiara Lecito

Da bambino era serio e posato, sempre obbediente, la gioia di ogni genitore e di ogni insegnante.
Crebbe tranquillo e posato, molto conscio dei suoi doveri e del suo posto nel mondo; poi, all’improvviso, ma forse non inaspettatamente, sbroccò. Niente di violento, solo mollò tutto e tutti e si mise a vivere un po’ come veniva.
Sono sempre stato molto maturo, diceva, e quindi adesso sono marcito.

Francesca Maggi



A volte rifletto sul concetto di "esame di maturità" trovando questo termine pretenzioso e alquanto ottimista.
Si da per scontato che l'adolescenza con i suoi drammi e i suoi picchi ormonali sia ormai alle spalle e che a 18-19 anni si sia ormai pronti per una vita adulta e responsabile. La maturità è stata per me un rito di passaggio, ma forse al contrario: sono sempre stata una bimba serissima e assennata, invecchiando invece mi ritrovo più spensierata e ingenua.
Il mio esame fu un vero e proprio disastro e rischiai seriamente di venire bocciata, dopo un discreto percorso scolastico mi ritrovai in quei mesi primaverili stanca e apatica e allo stesso tempo ero come un vulcano che stesse per eruttare. La prova orale fu incredibilmente identica a quella del protagonista del film "Ovosodo": parlai di tutto fuorché degli argomenti prefissati. In perticolar modo si parlò a lungo del mio tema, e di come in otto colonne fitte fitte ero riuscita in realtà ad andare fuori tema non più svariati modi.
Quel giorno segnò comunque il passaggio fra un prima e un dopo, gli argini erano stati infranti. Era l'inizio di una nuova era.
(Forse)