venerdì 24 gennaio 2020

Mai più il risciacquo e il secchio…….

Mi fa sempre sorridere come spesso si tenda a identificare dei brani di musica classica famosi con delle occasioni (“ma non era il pezzo suonato quando andammo al compleanno di Tizio?”) o con delle pubblicità (ve la ricordate l’Habanera della Carmen, meglio nota come “Aiax, igiene sì fatica no”?). Perché, mentre a volte si fa fatica a distinguere un brano da un altro, è decisamente più semplice associare le melodie a uno slogan oppure a un evento preciso, che si identifica con quelle note.
Ad esempio, io ho scoperto in età adulta che la marcia nuziale normalmente usata ai matrimoni italiani è sia il Coro Nuziale dal Preludio all’Atto III del Lohengrin di Wagner (anche noto come “marcia nuziale in entrata, quella più solenne”), che la Marcia Nuziale dal Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn (meglio conosciuta come la “marcia nuziale di uscita, più allegra”). E non c’è storia, se dovessi assistere a una rappresentazione del Lohengrin, cosa che reputo peraltro piuttosto poco probabile anche perché non amo particolarmente Wagner, quella melodia per me sarebbe sempre la marcia nuziale dei matrimoni italiani, e stessa cosa vale per la marcia di Mendelssohn.





Per Capodanno sono stata al concerto beneaugurale offerto alla cittadinanza dal nostro Comune, e quando l’orchestra ha iniziato a suonare il valzer Voci di Primavera, sapevo bene che si trattava di un valzer famoso di Strauss, ma nella mia mente visualizzavo delle forme di parmigiano che danzavano felici (e in effetti qualcuno nel pubblico ha esclamato “Parmareggio!”).



Un’altra melodia che associo ad un contesto specifico è quella di Offenbach, tratta dall’Ouverture dell’Orfeo all’Inferno. Cliccate sul link e ascoltate il brano: all’incirca al minuto 8:00 vi scorderete di Orfeo, di Euridice e dell’Inferno e sarete trasportati al ben più allegro Moulin Rouge a guardare il Can Can, magari con Toulouse-Lautrec che disegna uno dei suoi manifesti, bevendo un bicchiere di assenzio. Se volete maggiori informazioni sull’assenzio, potete chiedere all’esperto epicureo di vini e liquori Cristian Borghini.



Ma in assoluto, il brano di cui neanche mi viene in mente il titolo, perché è indissolubilmente legato ad una pubblicità di qualche anno fa, è la Danza delle spade di Khachaturian. Altro che danza, altro che spade! Questa è la musica di “chicchiricchichi pulisce più di Chanteclair”, e sfido chiunque a pensarla diversamente!



Alessandra Ghilardi

mercoledì 22 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte Seconda: "Beyond the Black Rainbow"





Il secondo film di Panos Cosmatos (che poi sarebbe il primo) è bello quanto Mandy, e altrettanto lento, e altrettanto strascicatissimo nei dialoghi, con una protagonista femminile, Elena, che potrebbe essere una versione più giovane di Mandy e un protagonista maschile, Barry Nyle, interpretato da un Michael Rogers mastodontico, che è la meraviglia delle meraviglie. Anche qui l’opera è strettamente sensoriale, visiva e ipnotica, la trama è esilissima (Elena, una ragazza con dei notevoli poteri psichici, è rinchiusa in una sorta di clinica-centro di ricerca-prigione ed è seguita dal guru/psichiatra della suddetta clinica. Poco dopo la metà, lo splatter-simbolista trionfa), tutto si gioca su ritmi, luci, sui vuoti, sulle assenze e le ellissi.


Beyond the Black Rainbow è una di quelle opere lisergico-maeditative che a me piacciono molto, soprattutto quando non hanno pretese di guida spirituale o senso della vita ma s’innestano in un genere spalancandone le vibrazioni immaginifiche e sensoriali, e devo dire che se il film (o, meglio, i primi tre quarti del film) fosse durato di più l’avrei trovato pretenzioso e insostenibile. Per fortuna uno dei pregi principali di Cosmatos è che sa quando fermarsi, e in questo caso lo fa letteralmente sul ciglio del precipizio; e anche qui, come in Mandy, non si tratta di un giochino o di un vezzo, ma di una propria poetica, di un modo peculiare e personalissimo di vedere la narrazione, i personaggi e le immagini.

Che poi, come ho scritto tra parentesi, il film è pienamente cosmatosiano per tre quarti, mentre il finale ha un’andatura e un’estetica molto più tradizionale e riconoscibile, più gestibile a livello di aspettative, di ritmo, di riconoscibilità; che poi questa variazione coincida con la spoliazione di Nyle e la fuga di Elena dalla clinica suona molto apertura verso l’esterno da parte non solo di un personaggio, ma anche di un regista che, fino a quel momento, ci ha condotti in un immaginario strano, inquietante e misterioso senza farci particolari concessioni e senza darci spiegazioni (e in questo Cosmatos, a mio parere, in Mandy si è evoluto, perché i vari movimenti della storia sono molto più coerenti e lineari, senza svolte e virate improvvise), innestandoci in una realtà enigmatica e ambigua, di difficile inquadramento ma di incredibile spessore immaginifico, rilanciato con uno dei finali più belli e spalancati di sempre (come quello di Mandy, d’altronde), una roba che ancora mi risuona dentro.

E allora non resta che aspettare il prossimo film.

lunedì 20 gennaio 2020

Raccontare cose che non si sono viste

 

Ci penso da tutto il giorno, da quando ho letto che oggi è il centenario della nascita di Federico Fellini, penso a me che non l’ho mai amato più di tanto, ma che mi viene da dre, a ogni fanatico del realismo magico che dice che in Italia non c’è niente di simile: “E Fellini?” , e ci penso, che Amarcord l’avrò visto almeno quattro volte (e adesso sono alla quinta), 8e1/2 almeno otto, Lo Sceicco Bianco fino alla nausea, I vitelloni idem, La Dolce Vita due, e poi il dottor Antonio (bevete più latte!) e Giulietta degli Spiriti, ma il film che più scatena la mia immaginazione è un film che io non ho visto e che ho paura e voglia di vedere, ovvero il Casanova.

Che poi a me i trombadòr neanche stanno troppo simpatici, e Casanova meno di tutti perché sempre a rincorrere un ideale che noi donne con la ciccia saremo sempre incomplete, allora parlami della tua mamma, casanova, che ti ha fatto la tua mamma che ci ami e ci odi tutte?, e questa cosa che la donna finale di Casanova è una bambola meccanica mi intrippa da morire.

Che io, fellinianamente, mi metto a fantasticare un incontro tra Bertrand Morane, che le donne le amava tutte, fino a letteralmente morirne, nella loro specifica donnità (un amante quasi aristotelico) e il suddetto Casanova che invece cercava, platonicamente, una donna ideale senza mai confrontarsi con il mondo, con il tangibile, senza mai uscire dall’utero dell’arte amatoria, in una Venezia che mi ha sempre saputo di liquido amniotico.

E allora sì, non ho particolare feeling con Fellini, ma mi smuove l’immaginazione, m’ispira pensieri e mi fa fantasticare, e ragionare su un film che non ho visto, e a farlo mio, e quasi quasi in questi giorni vedo di recuperarlo e me lo guardo.


mercoledì 15 gennaio 2020

Bel barocco: "Nella perfida terra di Dio" di Omar Di Monopoli



Uno dei motivi per cui ho letto Nella perfida terra di Dio è che Omar Di Monopoli mi è stato presentato da molte persone come il Faulkner italiano, e William Faulkner è uno scrittore che io amo molto: lo trovo evocatvo e dirompente. Un paio di estati fa in piena stagione lavorativa ho letto L'urlo e il furore, e nonostante la sua complessità e la mia stanchezza l'ho letto ogni sera con grande piacere, anche solo cinque pagine, ma non potevo farne a meno preché mi ipnotizzava e mi apriva il cuore.

La bimba sulle prime non aveva voluto saperne di restare da sola con quel vecchio barbogio, attore consumato, l'aveva incantata coi suoi facimoli convincendola a farsi accompagnare ogni venerdì alla baracca, dove lei passava un po' del suo tempo a lasciarsi inoculare oscuri fluidi energetici tra una sessione di preghiera e uno spuntino frugale nel cortile.
Quel giorno il vecchio le aveva fatto indossare una camicia da notte di arricciolato color ciliegia troppo grande per lei e ora, appiattato su un pietrone nelle adiacenze del suo cubicolo, credendosi al riparo dalla vista, le stava palpando con bramosia lupigna le forme appena sbozzate, mentre le gighe dei primi pipistrelli laceravano l'intensità del cielo cianico sulla spianata.
Antonia, paralizzata sulla seggiola, il piccolo Michele a poppare con impegno dal suo capezzolo, in un singolo obnubilato istante si rispecchiò in quella fanciulla rivedendo se stessa alla sua età, oltraggiata nel candore del suo letto dove il padre veniva a visitarla nottetempo, le sue lunghe mani nocchierute che la perlustravano agognanti sotto le coperte e lei che lo lasciava fare rosolando in una colpa acrida, indefinibile, pericolosamente prossima alla lusinga. […]
Fu in quel preciso istante che decise di porre fine al regno del profeta.


Lo stile di Omar Di Monopoli è elegante, barocco e intenso.
Ora, io sono restio a usare il termine barocco perché è spesso ricondotto a qualcosa di ridondante e retorico, in questo caso associo l'aggettivo barocco a una struttura narrativa e della frase potente, densa, carica dal punto di vista emotivo. È uno stile che mi ha incantato: sono rimasto stregato dal contrasto tra tale linguaggio e la vicenda popolare e l'uso di frasi in dialetto, soprattutto nei dialoghi; e poi c'è il bar di paese  che si trasforma in saloon, la zona del tarantino che si trasfigura in una terra mitica, i personaggi che conducono una vita estrema; questo romanzo ha tante di quelle cose dentro che per parlarne in maniera esauriente dovrei rilleggerlo tutto da capo. Basti dire che, come è successo con l'opera di Faulkner, Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli ha stimolato la mia immaginazione e mi ha suscitato lo stesso piacere.
E quindi, viva la lingua ricca e complessa, il racconto forte, la polvere, le terre aride, l'odio, l'amore e la buona letteratura.

Cristian Borghini

lunedì 13 gennaio 2020

Amo Panos Cosmatos - Parte prima: "Mandy"



Mi sono noleggiata Mandy perché il trailer era fighissimo, Nicholas Cage sembrava aver ritrovato un po’ di vita e soprattutto perché Andrea Riseborough è di una bellezza sconvolgente. Ho visto il film doppiato e non, e consiglio vivamente di vederlo in lingua originale, sebbene i dialoghi decisamente non siano il punto di forza del film.
Il fatto è che Mandy è un’esperienza visiva e sonora che va goduta al buio, possibilmente attraverso uno schermo gigante e con una buona sospensione dell’incredulità proprio per quei discorsi recitati in tono declamatorio e intensissimo anche se un personaggio chiede all’altro di passargli la carta igienica; e tuttavia, una volta che si entra nel film, l’esagitazione sopra le righe di tutti. accompagnata dalla trama più esile e basica che si possa immaginare (1983 - Mandy e Red vivono isolati nel bosco, il capo di una banda di fricchettoni fuori di testa s’invaghisce di lei e la rapisce, lei muore malissimo, Red si vendica e fa una strage) e raccontata con una lentezza esasperante diventa uno degli elementi di forza di una pellicola dalla quale si fatica a staccare gli occhi.

Parlare di eleganza visiva è riduttivo, perché a mio parere Mandy è una vera e propria apocalisse dell’immaginario: la fisicità che irrompe sulla quiete e la trasforma in massacro con un ambaradan che, paradossalmente, rende tutto rarefatto e stranamente sospeso. 
La cosa ganza è che, sebbene si riconosca in Mandy moltissimo cinema, il film non si riduce mai a un giochino, non è mai meta, ma anzi, riconosce in quel meta un qualcosa di estremamente concreto di cui sono fatte le nostre menti e le nostre fantasie. I momenti in cui Red decide di vendicarsi e si prepara alla sua vendetta, per esempio, sono strani da morire: il tutto si gioca in un’atmosfera avulsa da ogni coordinata tangibile, un misto tra un'abbrutimento, una crescita e il passaggio tra due mondi (e non è detto che alla fine non sia così), che si avvertono assurdamente come reali, spessi, mentre il percorso verso di essi è nebuloso, astratto, indefinito.

Ed è allora che a me è venuta in mente la fine del mondo, una fine che già si avvertiva in Beyond the black Rainbow, quando il protagonista si spoglia dei suoi “accessori” normalizzanti ed esplode per quello che è (e ne parlerò in un altro momento) e che qui sembra quasi un invito ad armarci di motoseghe e fucili e prepararci ad abbracciare quell’incredibile che noi tendiamo ad avvertire come lontano, ma che invece abbiamo dentro. Dobbiamo ricordarci, dice Cosmatos, che la pace dello spirito, la stabilità emozionale, il senso di sicurezza, è transitorio nel migliore dei casi e completamente illusorio nel peggiore, che dobbiamo abbracciare, accogliere e proteggere il male che abbiamo dentro perché, per dirla con un detto zen, è meglio essere un guerriero in tempo di pace che un giardiniere in tempo di guerra, tanto più che nei giardini, e in noi, c’è molto più di quanto potremmo mai fantasticare.